Il coaching e storytelling, un connubio efficace.

coaching e processo di empowerment

Empowerment e Coaching

L’Empowerment è un processo di crescita dell’individuo basato sull’aumento della stima di sé, dell’autoefficacia e dell’autodeterminazione per far emergere risorse non espresse e portare la persona ad appropriarsi consapevolmente del suo potenziale.

Questo processo può portare ad un cambiamento della percezione dei propri limiti in vista del raggiungimento di obiettivi personali. Empowerment significa aumentare il potere personale interiore ed aumentare le capacità, tuttavia per raggiungere dei risultati ottimali, è necessario applicarsi nel quotidiano. Il potere di una persona, insieme alle sue capacità e potenzialità, sono gli elementi essenziali per determinare la possibilità che si possa migliorare il carattere e rinforzarlo.

Il mio approccio al Coaching Narrativo (con competenza di Analisi Transazionale) favorisce il processo dell’Empowerment, dando supporto alla persona per raggiungere un maggior controllo sulla propria vita, aumentare il proprio senso di autoefficacia e la capacità di crearsi rappresentazioni mentali positive della situazione attuale e desiderata.

Durante il percorso di Coaching lavoro come professionista per individuare le risorse necessarie al fine di far raggiungere i propri obiettivi di vita e scegliamo insieme un piano di azione. Le azioni svolte per esercitare il controllo avvengono attraverso la partecipazione attiva del Coachee (chi segue un percorso di Coaching), grazie al sostegno offerto, per acquisire la consapevolezza delle proprie risorse esterne e interne e per poter mettere in atto il cambiamento desiderato.

Si possono così superare momenti di stallo nella vita personale o lavorativa, inerzia decisionale, tendenza a procrastinare, adattamento eccessivo e passivo alle situazioni, ovvero si supera il vissuto di una situazione di impotenza appresa. Con essa intendiamo lo stato di chi considera inutile adottare comportamenti che possano risolvere la situazione fonte di stress, ovvero:

  • Sentirsi in “scacco” (stallo completo e peso del giudizio degli altri)
  • Sfiduciato (non crede più in sé stesso, frustrazione e rinuncia a ai propri obiettivi)
  • Senza prospettive future (non saper che cosa fare del proprio futuro)
  • Vittima di eventi incontrollabili (i comportamenti giudicanti degli altri, le situazioni che vi bloccano, ecc.)

disempowerment

Ecco che a fronte di questi elementi entriamo in una fase di disempowerment, che accade quando la persona di fronte a un problema si demotiva, provando sentimento di inadeguatezza, di essere carente in qualcosa, il sentimento di chi non si sente più “in grado di”, con riferimento alle proprie aspettative di prestazione o di autorealizzazione.

Viene così a mancare la nostra capacità autonoma di cambiamento, l’espressione delle nostre abilità di problem solving e presa di decisioni per raggiungere i traguardi e gli obiettivi a cui teniamo. Si genera una insoddisfazione che mina la nostra autostima, ci fa sentire inefficaci, lasciandoci addosso quella sensazione di impotenza e una forte disillusione sul futuro.

L’Empowerment è la possibilità che tutti noi abbiamo di attivare un processo di rovesciamento della percezione dei nostri limiti, in vista del raggiungimento di risultati a volte sorprendenti e superiori alle proprie aspettative.Si può così raggiungere uno stato di speranza appresa, ovvero data dal fatto che il Coachee adesso dispone di:

  • Locus of Control interno (cambiare la situazione dipende da noi)
  • Motivazione all’azione (fare cose che ci coinvolgono e ci appassionano)
  • Percezione di competenza (soft skills allenate)
  • Percezione di autoefficacia (fiducia in sé stesso e capacità di affrontare la situazione)

Il processo di Empowerment ci porta infine ad acquisire maggiore controllo sulla nostra vita, avere più capacità di influenzare le nostre decisioni, ottenere le risorse che ci premettono di muoverci verso la nostra autorealizzazione e la consapevolezza di saper esprimere le nostre potenzialità. Il Coachee percepisce la possibilità di influenzare i risultati, riconosce la sua motivazione all’azione e rivaluta la propria considerazione di sé.ciclo di empowerment

Il Coaching mi ha insegnato che ogni Coachee è visto come una persona creativa e piena di risorse a cui il Coach offre il suo supporto professionale per modificare fattivamente parti di sé stesso partendo dal presente. Ha una sua tangibile concretezza basata sul prendere atto della situazione attuale e sull’agire per cambiarla che lo rende, probabilmente, così efficace.

Volutamente il coaching tralascia le cause del passato per concentrarsi con fiducia su ciò che la persona oggi può fare per eliminare zavorre inutili, migliorando così la sua qualità di vita. Inoltre, in qualità di Coach è mio compito far sì che il Coachee diventi capace di servirsi autonomamente degli strumenti appresi favorendo e sviluppando un senso di completezza, in modo da diventare auto-referenziato acquisendo completa gestione di sé.

Quello che ci possiamo portare a casa grazie ad un percorso di Coaching, rispetto all’obiettivo concordato, si esprime così in termini di Empowerment nella forma di un permesso che ci consente di “sentire di avere potere” e di “essere in grado di fare e di cambiare“.

Paolo Lorenzo Salvi

Narrazione personale

Voce o scrittura? L’esigenza di trovare noi stessi

La consapevolezza di noi stessi e del modo in cui comunichiamo trova nel racconto e nella narrazione il suo mezzo elettivo, con effetti e proprietà diversi a seconda che ci affidiamo alla voce e alla pronuncia oppure alla scrittura.

Lo storico delle idee Jean Starobinski ha scritto che i sentimenti “ci sono accessibili solo nel momento in cui si sono manifestati verbalmente o con un altro mezzo espressivo”. Emozioni e sentimenti non sono le parole ma possono diffondersi solo attraverso le parole.

Il linguaggio e le sue forme espressive, voce o scrittura, oltre ad essere necessario per la cognizione delle cose e il ragionamento, rappresentano la soglia da attraversare per rendere comprensibile agli altri il nostro mondo emozionale interno e per renderlo chiaro a noi stessi. In questo senso il celebre scrittore Samuel Beckett diceva che “le parole sono tutto quello che abbiamo”.

L’importanza della voce

La nostra voce è fondamentale per la sua funzione metacomunicativa: essa manifesta e può suscitare emozioni nei nostri interlocutori. Per esempio, può suscitare empatia, distacco, attenzione, distrazione, fiducia, agitazione, ispirazione.

La voce ci arriva in forma di onde sonore che la rendono liquida e avvolgente, a volte dura e stridula, altre morbida e rassicurante. Ci può mettere in risonanza profonda con l’altro ed è la base fondamentale del nostro dialogo interno. La voce è protagonista delle conversazioni interiori che abbiamo con noi stessi, diventa la natura essenziale della nostra coscienza.

La nostra voce ci caratterizza univocamente nella relazione con gli altri, incide profondamente nella nostra forza comunicativa, nella nostra efficacia, nella nostra credibilità e nella efficacia del nostro conversare.

Infine, la voce è uno strumento di lavoro per tutti noi, riempie le nostre giornate lavorative, i nostri dialoghi on-line in tempo di pandemia e veicola i nostri bisogni, le richieste, i desiderata, gli obiettivi, le informazioni necessarie.

coaching per riscrivere la storia personale

Il racconto è una cornice di senso per le nostre vicende

Il suono della voce ci permette di divenire ascoltatori della nostra piccola, personale “odissea”, mentre la scrittura ci consente di farne addirittura un oggetto del mondo, una pagina, qualcosa da rileggere, tenere fra le mani, contemplare o perfino donare.

C’è una grande funzione che il racconto autobiografico o la scrittura aprono nel loro stesso svolgersi, ed è quella di orientarsi al cambiamento, di acquisire potere sulla propria vita per imprimerle una direzione soddisfacente, per andare verso sé stessi in modo creativo.

Gli studi più recenti di neuroscienze hanno messo in evidenza come esista una stretta interazione tra il sistema cerebrale che governa il linguaggio e le connessioni neurali che determinano il movimento. Il linguaggio cioè passa attraverso il coinvolgimento del sistema motorio, preposto al movimento e all’attività.

Si può affermare, semplificando, che il “cervello del dire” e quello “del fare” hanno bisogno l’uno dell’altro. Raccontare noi stessi, scriverne, o produrre storie nostre e racconti ci mette in relazione col futuro, e può essere un modo efficace e potente di agire cambiamenti e raggiungere nuovi obiettivi.

Dare voce alla nostra voce.

Definirsi significa narrare sé stessi diventando riconoscibili nella propria unicità, attraverso il linguaggio inteso come capacità che rende umani e che crea relazioni o legami. Così ne Le mille e una notte la bella Shahrazad salva la sua vita raccontando ogni notte una fiaba che incanta il suo carnefice.

La vita è divenire, ricercare connessione con gli altri, e la nostra voce ne è la sua vibrazione più profonda.

Rossella Maiore Tamponi – Paolo Lorenzo Salvi

narrazione personale

3 tipi di storie per raccontarci agli altri

Ci sono tre tipi di storie molto immediate che parlano di noi nella vita di tutti i giorni. Queste storie ci mettono in relazione gli uni con gli altri, ci fanno rispecchiare nelle vite degli altri, traendone ispirazione per le nostre. Riguardano semplicemente chi siamo, cosa stiamo facendo e dove stiamo andando.

Prendo spunto dal post apparso sul sito di ImageThink nel 2013 (“Storytelling Tips & Tricks”) dove si riconosce ad ognuno di noi la capacità di essere un narratore, sia per la dimensione lavorativa che per quanto attiene la vita quotidiana. Nel post sono stati proposti 3 ambiti di narrazione personale che approfondisco e rielaboro in questo breve articolo secondo la mia interpretazione.

Io chi sono?

Storie che riguardano l’identità narrativa e i nostri valori.
La nozione di “identità narrativa” si fonda sulla capacità della persona di “mettere in forma di racconto” in modo concordante gli avvenimenti della propria esistenza, ricercando un filo di coerenza, una cornice di senso. Le persone definiscono e condividono storie su sé stessi, rievocando particolari episodi e periodi delle proprie vite. Nel far questo attribuiscono un significato a tali esperienze e generano anche un apprendimento.

L’identità narrativa è importante perché ricostruisce il passato autobiografico in modo tale da fornire alla vita della persona una trama che abbia una certa coerenza, unitarietà e scopo. La nostra storia di vita condensa e ristruttura in modo sintetico ricordi, episodi e obiettivi ricercati, dando forma ad un racconto identitario coerente. Attraverso la narrazione, le persone esprimono a sé stesse e raccontano agli altri ciò che sono adesso, ovvero come sono arrivati a diventare ciò che sono.

Parliamo agli altri delle nostre passioni e dei nostri interessi più grandi, ciò che ci piace, di ciò che non ci piace fare, dei nostri gusti e delle nostre preferenze.
Raccontiamo ciò in cui crediamo, quello per cui lottiamo e ci impegniamo nella vita, i nostri valori più profondi che ispirano le nostre azioni. Valori e principi che abbiamo faticosamente formato nelle pieghe dell’esistenza e che sono il nostro faro per capire chi siamo veramente.

3 tipi di storie per raccontarci agli altri

Che cosa sto facendo?

Le storie dei nostri successi, dei nostri traguardi.
Tutti noi abbiamo aspirazioni e obiettivi nella vita, in diversi ambiti e a seconda dei diversi ruoli che svolgiamo nella nostra esistenza. L’obiettivo fornisce la direzione al nostro corso di azioni, indirizza le nostre energie, orienta i nostri sforzi e la nostra tenacia. Gli obiettivi ci aiutano a capire dove vogliamo andare e che strada prendere quando siamo chiamati a dover compiere delle scelte.
Tim Rich scrive che ci sono diversi tipi di storie che raccontiamo e molti modi per raccontarle, ma tutte hanno lo stesso processo in tre parti al loro cuore. Rielaborando la sua tripartizione in relazione alle mete che ci prefiggiamo, possiamo considerare i seguenti elementi fondamentali.

1. Innanzitutto, ci deve essere un obiettivo sfidante, ovvero un traguardo da raggiungere che richieda l’espressione delle nostre abilità e competenze. Sfidante al punto giusto, senza portare molta ansia o senza essere troppo facile.
2. In secondo luogo, dobbiamo agire con decisione per realizzare il nostro obiettivo affrontando ostacoli e difficoltà sia interiori che esterne.
3. Infine raggiungere il traguardo, ottenere dei risultati significativi per noi, alimenta la nostra autostima ed il senso di riuscita: in breve parliamo di sfida, azione, trasformazione.
Raccontare le nostre imprese è una operazione di “costruzione di senso” per dare spessore alla nostra realtà quotidiana, per trasmettere agli altri il nostro personale viaggio dell’eroe e definirci. Raccontiamo il nostro valore.

Dove sto andando?

Le storie della nostra visione del futuro.
La capacità di raccontare la visione del futuro senza fornire soluzioni sul come arrivarci è uno sprone alla creatività. Ci attiva per poter passare dallo stato di partenza e quello finale desiderato.
La visione del domani è una rappresentazione che sostiene la nostra auto-realizzazione ed esprime in termini di narrazione chi vogliamo diventare, in che modo vogliamo fare la differenza e i valori principali che ci stanno a cuore.

Questa narrazione, questa storia che raccontiamo agli altri, è la proiezione dello scenario che ognuno di noi vuole “trovare” nel suo futuro e che rispecchia i suoi valori, i suoi ideali e le sue aspirazioni generali.
Possiamo raccontarla come una grande immagine, oppure una sequenza “cinematografica” che ci vede protagonisti di azioni, sfide da affrontare, obiettivi raggiunti, ruoli che svolgeremo, traguardi e realizzazioni che avremmo ottenuto.
Queste storie che parlano di noi agli altri possono riguardare il nostro futuro desiderato nelle aree:

• Salute e Benessere psico-fisico
• Relazioni sentimentali e famiglia
• Carriera, Business, Lavoro
• Relazioni con gli altri  
• Interessi personali e passioni

Il futuro influenza il presente tanto quanto il passato”, come diceva F. W. Nietzsche e non possiamo realizzare un futuro che non siamo capaci di immaginare e di raccontare.

In conclusione

Questi tre 3 tipi di storie sono parte della nostra comunicazione quotidiana e ci aiutano a definirci come persone in cammino, rielaborando e attribuendo un senso alle vicende che viviamo. Prestare maggiore attenzione a cosa raccontiamo e cosa ascoltiamo rispetto a queste narrazioni amplia la nostra capacità di “comprensione oltre un semplice fatto intellettuale“. Significa capire meglio noi stessi e gli altri con la testa e anche fondamentalmente con il cuore.

Chiudo con le parole tratte dal testo della canzone Un Senso di Vasco Rossi,  contenuta nell’album Buoni O Cattivi.

Voglio trovare un senso a questa sera
Anche se questa sera un senso non ce l’ha
Voglio trovare un senso a questa vita
Anche se questa vita un senso non ce l’ha

Voglio trovare un senso a questa storia
Anche se questa storia un senso non ce l’ha
Voglio trovare un senso a questa voglia
Anche se questa voglia un senso non ce l’ha.

 

 

Il coaching alla resilienza

La resilienza come concetto e come capacità

Il Coaching alla resilienza allena la nostra capacità di rimanere adattivi quando siamo sotto pressione, per poterci riassestare nella nuova situazione.

  • In fisica la resilienza è la capacità di un materiale di resistere a un urto improvviso senza spezzarsi e deformarsi, ovvero la resistenza che un materiale offre alle azioni dinamiche esprimendo elasticità.
  • In biologia la resilienza è la capacità di auto-ripararsi dopo un danno. In ecologia tanto più un ecosistema è dotato di variabilità dei fattori ambientali, tanto più le specie che vi appartengono sono dotate di un’alta resilienza.

La resilienza dovrebbe essere ricompresa nelle Life Skills che l’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS), ha riconosciuto come “competenze psicosociali” per la vita. Infatti, per ognuno di noi è fondamentale la capacità di riprendersi velocemente e senza conseguenze da eventi e circostanze negativi, ovvero la capacità di superare indenni le avversità e le ferite che la vita quotidiana ed alcuni eventi significativi ci riservano.

In un contesto lavorativo, la resilienza personale è la capacità di far fronte a problemi e sfide affrontati nella pratica del lavoro. Se si procrastina e non si affrontano i temi caldi e più impegnativi per noi, questi possono accumularsi sino al punto in cui non possiamo più affrontarli in modo funzionale. Ognuno di noi affronta la pressione negativa (stress) in modo diverso. Per alcuni, i problemi sono visti come una terribile sfida, mentre per altri la stessa situazione è semplicemente impegnativa. Ciò è dovuto a diversi fattori che adesso vediamo brevemente e per i quali sono stato ispirato dall’ottimo lavoro di Carole Pemberton sulla resilienza.

3 fattori che influenzano la resilienza

Tratti di personalità. Questa teoria ritiene che la personalità non sia nient’altro che la somma dei tratti del carattere di un individuo e che queste caratteristiche siano in grado di spiegare il comportamento osservato nelle persone. Ci sono persone che  sembrano  in grado di affrontare qualsiasi difficoltà e cadere sempre in piedi. Potrebbero essere “geneticamente benedetti”, ma anche coloro che sostengono il ruolo della genetica nella resilienza riconoscono che essa gioca solo una parte. Gli studi ci dicono che come siamo può essere spiegato in parte da fattori ereditari. La genetica influenza solo in parte il nostro comportamento.

Protezione e attaccamento sicuro. La possibilità di avere un attaccamento sicuro sin dall’infanzia, fornisce al bambino una “base sicura”. Questo concetto è stato elaborato da Bowlby sul finire degli anni ’60 e si riferisce ad un ambiente caratterizzato dalla figura materna, che permette al bambino di sentirsi pienamente protetto ed accettato. Così impariamo che quando siamo ansiosi, preoccupati o sconvolti possiamo essere rassicurati. Il bambino si sente sostenuto e questo gli permette di esplorare il mondo circostante senza timore. Nel corso del tempo sviluppiamo questa capacità per noi stessi, in modo che quando usciamo da soli nella realtà, abbiamo interiorizzato di poter gestire le difficoltà.

 Apprendimento dalle difficoltà. Molti ricercatori hanno inteso la resilienza come una capacità che si sviluppa nel tempo in relazione all’apprendimento. Piuttosto che stabilire a priori dei livelli di resilienza, c’è un continuum tra resilienza e vulnerabilità lungo il quale ci muoviamo costantemente.

Pertanto la resilienza si sviluppa lungo un processo che la considera come un elemento che viene in gran parte appreso incontrando fattori di stress e ottenendo fiducia, autostima e competenza nell’affrontare le sfide e le avversità. In questo approccio, la resilienza cresce nell’arco della nostra vita e non è una qualità speciale disponibile per pochi.

Carenza di resilienza

Talvolta la resilienza è fraintesa come la capacità di essere corazzati contro le difficoltà. Avere sempre avuto successo può significare che coloro che riconosciamo “talentuosi” sono a volte i meno preparati per affrontare le deviazioni da ciò che si aspettano. La persona che si è sempre posizionata nella casella alto potenziale/alte prestazioni della griglia del talento può essere la meno attrezzata per affrontare difficoltà impreviste. È come se sciando fossimo finiti in un tratto di fuoripista e non siamo mai stati abituati ed allenati ad affrontare quel terreno e quelle virate impreviste.

Ecco allora cosa succede se abbiamo una carenza di resilienza:

  • Perdita di fiducia in sé stessi.
  • Difficoltà nel prendere decisioni e senso di incertezza e frustrazione.
  • Creatività ridotta, non siamo più capaci di generare alternative, vedere opzioni e valutarle per scegliere strategie di azione.
  • Difficoltà nel gestire le proprie emozioni e quindi amplificazione dei nostri stati d’animo.
  • Desiderio ridotto di contatto sociale, come se vedessimo minacce nella relazione con gli altri al nostro precario equilibrio. Il desiderio di ritirarci in noi stessi aumenta il disagio.

Il coaching alla resilienza

Vedere la resilienza come una capacità appresa dall’esperienza non ci protegge dall’essere destabilizzati. Questo significa che dobbiamo imparare a gestire la reazione allo stress, in modo che sia di breve durata.  Significa anche che ognuno di noi può continuare a funzionare in molte aree della vita, ma patisce un’area specifica incontrando una difficoltà particolare legata ad essa.

Ecco che il coaching alla resilienza porta a centrare il focus su ciò che determina la carenza di resilienza rispetto ad altre condizioni legate allo stress che invece sappiamo gestire. Una persona potrebbe aver perso la resilienza riguardo a un aspetto specifico ed essere psicologicamente a posto e continuare ad avere comportamenti funzionali in altri ambiti.

Tale stress può derivare da un evento unico, come una battuta d’arresto della carriera o la fine di una relazione. Può anche venire dall’essere esposto a richieste incessanti per un periodo di tempo. Sempre più spesso ci viene chiesto di fare di più, più velocemente, con meno risorse e con  scadenze assillanti.

Il coaching sulla resilienza si concentra su quali aspetti della tua resilienza sono stati influenzati e resi carenti rispetto ai 3 fattori che abbiamo considerato prima e sulla costruzione della capacità. Come un allenatore personale il mio lavoro come Coach consiste nel rafforzare la capacità di rimanere flessibile nei pensieri, nei comportamenti e nelle emozioni quando si è in carenza di resilienza per uno specifico stress. Il coaching sulla resilienza ci sostiene e ci aiuta a:

  • Capire cos’è la resilienza in pratica e in che modo possiamo valorizzarla come la nostra personale combinazione di genetica, disponibilità di fattori protettivi e apprendimento.
  • Esprimere la nostra identità narrativa, come variabile chiave della resilienza di fronte ad una difficoltà significativa della vita, al fine di migliorare la propria narrazione.
  • Imparare a proteggerci per il futuro, ponendo il focus sulla costruzione della protezione attraverso strategie di azione e feedback, oltre che sul rafforzamento di capacità interne.

La vita è per il 10% cosa ti accade e per il 90% come reagisci. (Charles R. Swindoll)

La fine del Viaggio dell’Eroe: il Trono di Spade

Gli eroi hanno vita dura ai giorni nostri e cambia anche il significato della loro esperienza eroica e di conseguenza la loro trasformazione. Vediamo come, alla luce di quanto avviene nella serie televisiva del Trono di Spade. Il Viaggio dell’Eroe è un archetipo narrativo che ispira le narrazioni umane sin dalla notte dei tempi, dai racconti ancestrali narrati attorno ad un falò tribale, sino alle moderne opere televisive e cinematografiche e addirittura alle numerose campagne di marketing basate sullo storytelling.

Il Viaggio dell’Eroe presenta degli elementi archetipici stabili, teorizzati dal saggista e storico delle religioni statunitense Joseph Campbell, che i fruitori di storie, più o meno consapevolmente, si aspettano di trovare in una narrazione, qualunque ne sia la forma (scritta, visiva, ecc.).

Si tratta dell’Eroe/Protagonista, la Chiamata all’Avventura, l’Iniziale Resistenza alla Chiamata, il Mentore che spinge l’Eroe a rispondere alla Chiamata, l’Attraversamento della Soglia (che porta l’Eroe dal suo mondo usuale a quello in cui si svolgerà l’Avventura), il Cattivo/Antagonista, l’Aiutante/i dell’Eroe (che può essere più o meno magico), l’Aiutante/i dell’Antagonista, la Prima Battaglia, la Battaglia Finale con relativa Ricompensa dell’Eroe e il Ritorno al suo mondo usuale portatore di un Elisir. Quest’ultimo può consistere anche in una saggezza o conoscenza acquisita durante l’Avventura, che accompagna il Protagonista, ormai inevitabilmente cambiato (in meglio), nel suo Ritorno a casa.

Molte narrazioni contemporanee, fondate su romanzi ispirati al Viaggio dell’Eroe, hanno raggiunto il successo planetario sugli schermi (grandi e piccoli), andando a prendere il proprio posto nel bagaglio immaginativo, artistico e culturale della civiltà occidentale e delle società raggiunte dai mezzi di comunicazione di massa. Oltre ai media tradizionali come veicolo narrativo, si aggiungono i social media (altro strumento su cui le storie vengono diffuse, pubblicizzate, discusse, acclamate e/o criticate, spesso anche ridicolizzate).

Parliamo soprattutto, ma non solamente, di saghe letterarie poi diventate cinematografiche e/o televisive. Tra le più famose e di successo: Star Wars, il Signore degli Anelli, the Twilight Saga, Harry Potter, the Hunger Games e Game of Thrones. La serie del Trono di Spade in particolare merita una analisi specifica per il nuovo significato che assume rispetto al tema del Viaggio dell’Eroe.

Forse nessun’altra epopea narrativa dei nostri giorni è stata tanto seguita, acclamata e amata da decine di milioni di persone in tutto il mondo, persone di ogni lingua, etnia, colore e fede. Il che rende la serie del Trono di Spade una specie di Iliade dei nostri tempi. Trasposta in Serie TV piuttosto fedelmente da “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” di George R. R. Martin, la sua complessa pluralità di trame e personaggi ha accompagnato buona parte dell’attuale popolazione mondiale per otto stagioni.

Il finale tuttavia ha lasciato delusi molti dei suoi spettatori, dando vita a numerosissime pagine sui social dedicate alla critica e alla messa in ridicolo degli sceneggiatori. Che cosa è successo? Perché dopo otto stagioni entusiasmanti, le ultime due puntate hanno suscitato tante critiche fra gli appassionati?

Il fatto è che la serie del Trono di Spade, dopo aver fatto fedelmente uso degli elementi previsti dal Viaggio dell’Eroe, alla fine ha “tradito” l’archetipo, non conferendo alcuna Ricompensa – che fosse riconosciuta come tale dal pubblico – all’Eroe. Addirittura ci fa assistere alla trasformazione del personaggio principale e più amato da Eroe a mostro sanguinario, accecato dal potere e dalla vendetta.

Daenerys, la regina buona e bella, liberatrice di schiavi, rade al suolo a dorso di drago la città di Approdo del Re, nonostante questa si sia già arresa, con conseguente strage di civili. Nulla viene risparmiato al pubblico: stupri, madri e figli massacrati o sepolti dalle macerie. Improvvisamente il fantasy più amato ed evasione dalla realtà per milioni di spettatori, si trasforma proprio in uno spaccato della nostra realtà contemporanea, come una delle tante “guerre mediorientali” o “africanerecenti. Proprio come in questi conflitti, non ci sono più buoni e cattivi, ma solo corrotti dal potere e quindi colpevoli da una parte e vittime civili dall’altra.

vero eroe

Ormai è chiaro che Daenerys non può più essere il nostro Eroe. Per fortuna ci rimane ancora Jon Snow, il vero erede della casa Targaryen il quale, da eroe classico e buono, non desidera il potere che gli spetta di diritto, anche se sarebbe il sovrano migliore che i Sette Regni abbiano mai avuto. Dal punto di vista etico e morale Jon le azzecca tutte, assumendosi persino il compito straziante di togliere di mezzo Daenerys che ormai è totalmente fuori controllo e di cui, nel frattempo, si è innamorato. L’intervallo tra le due ultime puntate ci serve ad abituarci a questa triste necessità della trama, ormai inevitabile per l’economia della storia, e quasi ci consoliamo pregustando l’ascesa di Jon al trono (Ricompensa). Rimaniamo terribilmente delusi.

È tanto se Jon riesce a salvare la pelle. L’esercito di Daenerys pretende vendetta per l’omicidio della sua regina e Jon viene esiliato nella Fortezza Nera, unico modo in cui può scampare alla morte. Da qui procederà oltre, seguendo i Bruti nelle terre del ghiaccio, prendendosi almeno la tanto agognata libertà che ha sempre desiderato. Il trono va a Bran che per otto stagioni non ha fatto praticamente nulla per meritarlo e Sansa, altro personaggio di poco merito e poco eroismo, ottiene l’indipendenza del Nord, di cui diventa signora e padrona. Nemmeno Arya ottiene alcuna ricompensa, se non la libertà di andarsene dove vuole.

Non importa che gli spettatori del Trono di Spade siano degli esperti di storytelling. Tutti noi conosciamo istintivamente il paradigma narrativo del Viaggio dell’Eroe. È dentro di noi sin dalla nascita, tramandatoci, si può dire, insieme al DNA umano. Per questo il finale di Game of Thrones, visti i presupposti e lo svolgimento della trama, è risultato stridente e amaro. Ci riporta come uno schiaffo violento ai paradigmi della vita nel mondo attuale, nei quali il potere diventa l’unica Ricompensa, il fine giustifica i mezzi, le vittime sono la gente comune e gli eroi quasi mai vengono premiati, anzi pagano il prezzo, spesso alto, delle loro buone azioni. Dal viaggio dell’Eroe all’Epopea delle umane vicende.

Sabrina Dimartino