Il coaching e storytelling, un connubio efficace.

Il coaching alla resilienza

La resilienza come concetto e come capacità

Il Coaching alla resilienza allena la nostra capacità di rimanere adattivi quando siamo sotto pressione per ri-adattarsi alla nuova situazione.

  • In fisica, la resilienza è la capacità di un materiale di resistere a un urto improvviso senza spezzarsi e deformarsi, ovvero la resistenza che un materiale offre alle azioni dinamiche esprimendo elasticità.
  • In biologia la resilienza è la capacità di auto-ripararsi dopo un danno. In ecologia tanto più un ecosistema è dotato di variabilità dei fattori ambientali, tanto più le specie che vi appartengono sono dotate di un’alta resilienza.

La resilienza dovrebbe essere ricompresa nelle Life Skills che l’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS), ha riconosciuto come “competenze psicosociali” per la vita. Infatti, per ognuno di noi è fondamentale la capacità di riprendersi velocemente e senza conseguenze da eventi e circostanze negativi, ovvero la capacità di superare indenni le avversità e le ferite che la vita quotidiana ed alcuni eventi significativi ci riservano.

In un contesto lavorativo, la resilienza personale è la capacità di far fronte a problemi e sfide affrontati nella pratica del lavoro. Se si procrastina e non si affrontano i temi caldi e più impegnativi per noi, questi possono accumularsi sino al punto in cui non possiamo più affrontarli in modo funzionale. Ognuno di noi affronta la pressione negativa (stress) in modo diverso. Per alcuni, i problemi sono visti come una terribile sfida, mentre per altri la stessa situazione è semplicemente impegnativa. Ciò è dovuto a diversi fattori che adesso vediamo brevemente e per i quali sono stato ispirato dall’ottimo lavoro di Carole Pemberton sulla resilienza.

3 fattori che influenzano la resilienza

Tratti di personalità. Questa teoria ritiene che la personalità non sia nient’altro che la somma dei tratti del carattere di un individuo e che queste caratteristiche siano in grado di spiegare il comportamento osservato nelle persone. Ci sono persone che  sembrano  in grado di affrontare qualsiasi difficoltà e cadere sempre in piedi. Potrebbero essere “geneticamente benedetti”, ma anche coloro che sostengono il ruolo della genetica nella resilienza riconoscono che essa gioca solo una parte. Gli studi ci dicono che come siamo può essere spiegato in parte da fattori ereditari. La genetica influenza solo in parte il nostro comportamento.

Protezione e attaccamento sicuro. La possibilità di avere un attaccamento sicuro sin dall’infanzia, fornisce al bambino una “base sicura”. Questo concetto è stato elaborato da Bowlby sul finire degli anni ’60 e si riferisce ad un ambiente caratterizzato dalla figura materna, che permette al bambino di sentirsi pienamente protetto ed accettato. Così impariamo che quando siamo ansiosi, preoccupati o sconvolti possiamo essere rassicurati. Il bambino si sente sostenuto e questo gli permette di esplorare il mondo circostante senza timore. Nel corso del tempo sviluppiamo questa capacità per noi stessi, in modo che quando usciamo da soli nella realtà, abbiamo interiorizzato di poter gestire le difficoltà.

 Apprendimento dalle difficoltà. Molti ricercatori hanno inteso la resilienza come una capacità che si sviluppa nel tempo in relazione all’apprendimento. Piuttosto che stabilire a priori dei livelli di resilienza, c’è un continuum tra resilienza e vulnerabilità lungo il quale ci muoviamo costantemente.

Pertanto la resilienza si sviluppa lungo un processo che la considera come un elemento che viene in gran parte appreso incontrando fattori di stress e ottenendo fiducia, autostima e competenza nell’affrontare le sfide e le avversità. In questo approccio, la resilienza cresce nell’arco della nostra vita e non è una qualità speciale disponibile per pochi.

Carenza di resilienza

Talvolta la resilienza è fraintesa come la capacità di essere corazzati contro le difficoltà. Avere sempre avuto successo può significare che coloro che riconosciamo “talentuosi” sono a volte i meno preparati per affrontare le deviazioni da ciò che si aspettano. La persona che si è sempre posizionata nella casella alto potenziale/alte prestazioni della griglia del talento può essere la meno attrezzata per affrontare difficoltà impreviste. È come se sciando fossimo finiti in un tratto di fuoripista e non siamo mai stati abituati ed allenati ad affrontare quel terreno e quelle virate impreviste.

Ecco allora cosa succede se abbiamo una carenza di resilienza:

  • Perdita di fiducia in sé stessi.
  • Difficoltà nel prendere decisioni e senso di incertezza e frustrazione.
  • Creatività ridotta, non siamo più capaci di generare alternative, vedere opzioni e valutarle per scegliere strategie di azione.
  • Difficoltà nel gestire le proprie emozioni e quindi amplificazione dei nostri stati d’animo.
  • Desiderio ridotto di contatto sociale, come se vedessimo minacce nella relazione con gli altri al nostro precario equilibrio. Il desiderio di ritirarci in noi stessi aumenta il disagio.

Il coaching alla resilienza

Vedere la resilienza come una capacità appresa dall’esperienza non ci protegge dall’essere destabilizzati. Questo significa che dobbiamo imparare a gestire la reazione allo stress, in modo che sia di breve durata.  Significa anche che ognuno di noi può continuare a funzionare in molte aree della vita, ma patisce un’area specifica incontrando una difficoltà particolare legata ad essa.

Ecco che il coaching alla resilienza porta a centrare il focus su ciò che determina la carenza di resilienza rispetto ad altre condizioni legate allo stress che invece sappiamo gestire. Una persona potrebbe aver perso la resilienza riguardo a un aspetto specifico ed essere psicologicamente a posto e continuare ad avere comportamenti funzionali in altri ambiti.

Tale stress può derivare da un evento unico, come una battuta d’arresto della carriera o la fine di una relazione. Può anche venire dall’essere esposto a richieste incessanti per un periodo di tempo. Sempre più spesso ci viene chiesto di fare di più, più velocemente, con meno risorse e con  scadenze assillanti.

Il coaching sulla resilienza si concentra su quali aspetti della tua resilienza sono stati influenzati e resi carenti rispetto ai 3 fattori che abbiamo considerato prima e sulla costruzione della capacità. Come un allenatore personale il mio lavoro come Coach consiste nel rafforzare la capacità di rimanere flessibile nei pensieri, nei comportamenti e nelle emozioni quando si è in carenza di resilienza per uno specifico stress. Il coaching sulla resilienza ci sostiene e ci aiuta a:

  • Capire cos’è la resilienza in pratica e in che modo possiamo valorizzarla come la nostra personale combinazione di genetica, disponibilità di fattori protettivi e apprendimento.
  • Esprimere la nostra identità narrativa, come variabile chiave della resilienza di fronte ad una difficoltà significativa della vita, al fine di migliorare la propria narrazione.
  • Imparare a proteggerci per il futuro, ponendo il focus sulla costruzione della protezione attraverso strategie di azione e feedback, oltre che sul rafforzamento di capacità interne.

La vita è per il 10% cosa ti accade e per il 90% come reagisci. (Charles R. Swindoll)

La fine del Viaggio dell’Eroe: il Trono di Spade

Gli eroi hanno vita dura ai giorni nostri e cambia anche il significato della loro esperienza eroica e di conseguenza la loro trasformazione. Vediamo come, alla luce di quanto avviene nella serie televisiva del Trono di Spade. Il Viaggio dell’Eroe è un archetipo narrativo che ispira le narrazioni umane sin dalla notte dei tempi, dai racconti ancestrali narrati attorno ad un falò tribale, sino alle moderne opere televisive e cinematografiche e addirittura alle numerose campagne di marketing basate sullo storytelling.

Il Viaggio dell’Eroe presenta degli elementi archetipici stabili, teorizzati dal saggista e storico delle religioni statunitense Joseph Campbell, che i fruitori di storie, più o meno consapevolmente, si aspettano di trovare in una narrazione, qualunque ne sia la forma (scritta, visiva, ecc.).

Si tratta dell’Eroe/Protagonista, la Chiamata all’Avventura, l’Iniziale Resistenza alla Chiamata, il Mentore che spinge l’Eroe a rispondere alla Chiamata, l’Attraversamento della Soglia (che porta l’Eroe dal suo mondo usuale a quello in cui si svolgerà l’Avventura), il Cattivo/Antagonista, l’Aiutante/i dell’Eroe (che può essere più o meno magico), l’Aiutante/i dell’Antagonista, la Prima Battaglia, la Battaglia Finale con relativa Ricompensa dell’Eroe e il Ritorno al suo mondo usuale portatore di un Elisir. Quest’ultimo può consistere anche in una saggezza o conoscenza acquisita durante l’Avventura, che accompagna il Protagonista, ormai inevitabilmente cambiato (in meglio), nel suo Ritorno a casa.

Molte narrazioni contemporanee, fondate su romanzi ispirati al Viaggio dell’Eroe, hanno raggiunto il successo planetario sugli schermi (grandi e piccoli), andando a prendere il proprio posto nel bagaglio immaginativo, artistico e culturale della civiltà occidentale e delle società raggiunte dai mezzi di comunicazione di massa. Oltre ai media tradizionali come veicolo narrativo, si aggiungono i social media (altro strumento su cui le storie vengono diffuse, pubblicizzate, discusse, acclamate e/o criticate, spesso anche ridicolizzate).

fine viaggio eroe

Parliamo soprattutto, ma non solamente, di saghe letterarie poi diventate cinematografiche e/o televisive. Tra le più famose e di successo: Star Wars, il Signore degli Anelli, the Twilight Saga, Harry Potter, the Hunger Games e Game of Thrones. La serie del Trono di Spade in particolare merita una analisi specifica per il nuovo significato che assume rispetto al tema del Viaggio dell’Eroe.

Forse nessun’altra epopea narrativa dei nostri giorni è stata tanto seguita, acclamata e amata da decine di milioni di persone in tutto il mondo, persone di ogni lingua, etnia, colore e fede. Il che rende la serie del Trono di Spade una specie di Iliade dei nostri tempi. Trasposta in Serie TV piuttosto fedelmente da “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” di George R. R. Martin, la sua complessa pluralità di trame e personaggi ha accompagnato buona parte dell’attuale popolazione mondiale per otto stagioni.

Il finale tuttavia ha lasciato delusi molti dei suoi spettatori, dando vita a numerosissime pagine sui social dedicate alla critica e alla messa in ridicolo degli sceneggiatori. Che cosa è successo? Perché dopo otto stagioni entusiasmanti, le ultime due puntate hanno suscitato tante critiche fra gli appassionati?

Il fatto è che la serie del Trono di Spade, dopo aver fatto fedelmente uso degli elementi previsti dal Viaggio dell’Eroe, alla fine ha “tradito” l’archetipo, non conferendo alcuna Ricompensa – che fosse riconosciuta come tale dal pubblico – all’Eroe. Addirittura ci fa assistere alla trasformazione del personaggio principale e più amato da Eroe a mostro sanguinario, accecato dal potere e dalla vendetta.

Daenerys, la regina buona e bella, liberatrice di schiavi, rade al suolo a dorso di drago la città di Approdo del Re, nonostante questa si sia già arresa, con conseguente strage di civili. Nulla viene risparmiato al pubblico: stupri, madri e figli massacrati o sepolti dalle macerie. Improvvisamente il fantasy più amato ed evasione dalla realtà per milioni di spettatori, si trasforma proprio in uno spaccato della nostra realtà contemporanea, come una delle tante “guerre mediorientali” o “africanerecenti. Proprio come in questi conflitti, non ci sono più buoni e cattivi, ma solo corrotti dal potere e quindi colpevoli da una parte e vittime civili dall’altra.

vero eroe

Ormai è chiaro che Daenerys non può più essere il nostro Eroe. Per fortuna ci rimane ancora Jon Snow, il vero erede della casa Targaryen il quale, da eroe classico e buono, non desidera il potere che gli spetta di diritto, anche se sarebbe il sovrano migliore che i Sette Regni abbiano mai avuto. Dal punto di vista etico e morale Jon le azzecca tutte, assumendosi persino il compito straziante di togliere di mezzo Daenerys che ormai è totalmente fuori controllo e di cui, nel frattempo, si è innamorato. L’intervallo tra le due ultime puntate ci serve ad abituarci a questa triste necessità della trama, ormai inevitabile per l’economia della storia, e quasi ci consoliamo pregustando l’ascesa di Jon al trono (Ricompensa). Rimaniamo terribilmente delusi.

È tanto se Jon riesce a salvare la pelle. L’esercito di Daenerys pretende vendetta per l’omicidio della sua regina e Jon viene esiliato nella Fortezza Nera, unico modo in cui può scampare alla morte. Da qui procederà oltre, seguendo i Bruti nelle terre del ghiaccio, prendendosi almeno la tanto agognata libertà che ha sempre desiderato. Il trono va a Bran che per otto stagioni non ha fatto praticamente nulla per meritarlo e Sansa, altro personaggio di poco merito e poco eroismo, ottiene l’indipendenza del Nord, di cui diventa signora e padrona. Nemmeno Arya ottiene alcuna ricompensa, se non la libertà di andarsene dove vuole.

Non importa che gli spettatori del Trono di Spade siano degli esperti di storytelling. Tutti noi conosciamo istintivamente il paradigma narrativo del Viaggio dell’Eroe. È dentro di noi sin dalla nascita, tramandatoci, si può dire, insieme al DNA umano. Per questo il finale di Game of Thrones, visti i presupposti e lo svolgimento della trama, è risultato stridente e amaro. Ci riporta come uno schiaffo violento ai paradigmi della vita nel mondo attuale, nei quali il potere diventa l’unica Ricompensa, il fine giustifica i mezzi, le vittime sono la gente comune e gli eroi quasi mai vengono premiati, anzi pagano il prezzo, spesso alto, delle loro buone azioni. Dal viaggio dell’Eroe all’Epopea delle umane vicende.

Sabrina Dimartino

Ikigai: perchè ci alziamo dal letto la mattina…

Arriva dal Giappone il concetto filosofico-esistenziale dell’Ikigai, con un approccio olistico che che inizia a farsi strada anche nel nostro pensiero occidentale. L’espressione è traducibile in linea di massima come “ragion di vita”, “ragion d’essere”, qualcosa capace di darci l’energia e la voglia necessarie per alzarci dal letto ogni mattina. Ecco, quest’ultimo è il significato con cui il termine è specificamente inteso nell’isola di Okinawa.

Tutti possiedono l’Ikigai, ma identificarlo richiede una ricerca interiore, talvolta lunga e difficile, ma che conduce ad un senso di profondo appagamento. É utile sottolineare come l’accezione originale giapponese di questo concetto non contiene particolari riferimenti al lavoro inteso come carriera, né alla produttività o al guadagno economico.

A tal proposito una ricerca del 2010 condotta su un campione di 2.000 uomini e donne giapponesi ha mostrato come solo il 31% identificasse il proprio Ikigai col lavoro.

L’Ikigai può essere certamente il proprio lavoro, ma anche un hobby, una passione oppure una nostra inclinazione particolare. I comportamenti e gli atteggiamenti ad esso collegati sono spontanei, dipendono dai nostri desideri e da ciò che potrebbe rendere migliore la nostra vita. In Occidente il concetto di Ikigai viene illustrato e interpretato per mezzo di un diagramma di Venn basato su quattro aspetti fondamentali:

  1. Ciò che amiamo fare.
  2. Ciò che sappiamo fare.
  3. Ciò per cui siamo o potremmo essere pagati.
  4. Ciò di cui la società ha bisogno.

Igikai-Passione-Missione-Professione-Vocazione

Come mostrano le intersezioni, l’Ikigai è come una molecola vitale con una particolare composizione per ognuno di noi, che riguarda:

  • Passione: ciò che amiamo fare e per il quale possediamo una certa abilità.
  • Professione: ciò che sappiamo fare bene al punto da essere pagati per farlo.
  • Missione: diventa tale una nostra abilità che abbia utilità per gli altri.
  • Gratificazione (Vocazione): è tale l’attività che, risultando utile agli altri, viene apprezzata (remunerata).

L’accento posto sulla remunerazione economica è un’interpretazione per lo più occidentale e risente dell’influenza del pensiero capitalista e di un approccio utilitaristico, assente nell’originale concetto giapponese. Per questo motivo, potrebbe essere più consono riferirsi a ciò che possiamo farci riconoscere in relazione a quanto di utile facciamo nei contesti lavorativi e sociali e che ci fa guadagnare l’apprezzamento degli altri in termini di gratificazione.

Affinché l’Ikigai acquisti senso e spessore, occorre da parte nostra che sia messo in azione. È importante comprendere come e perché l’impegno nel ricercarlo faccia la differenza nella vita delle persone. Anche l’approccio del Coaching, che richiede consapevolezza, responsabilità, definizione di uno stato desiderato da raggiungere e messa in atto di un corso di azioni adattabile, è sinergico al raggiungimento del nostro Ikigai.

Ikigai-card

Il punto cruciale riguarda il significato che le persone attribuiscono alle cose che fanno ed alle proprie attività. Infatti l’Ikigai può subire variazioni col trascorrere del tempo e con l’età. Questo è particolarmente vero per coloro i quali hanno identificato nel lavoro la propria ragion d’essere e raggiungono la soglia della pensione o si trovano a dover cambiare attività in modo improvviso o addirittura perdere l’impiego.

Aver chiaro in mente qual è la ragione per cui si fa o si è fatto qualcosa, al di là del mero guadagno monetario, ci sostiene nel cammino, così come la natura malleabile dell’Ikigai stesso, per il quale si possono trovare nuovi scopi da sostituire o aggiungere a quelli precedenti. Il Coaching può darci una mano, per passare dalla riflessione all’azione e trovare la nostra fonte di Ikigai!

Come avere buone idee per la vita e per il lavoro

Avere buone idee vuol dire disporre del carburante per la riflessione e per l’azione: sono la nostra risorsa cognitiva con cui affrontare il futuro. Le idee alimentano il nostro flusso di coscienza e ci permettono di elaborare le strategie e sviluppare il problem solving. Cosa rende una idea buona? In primis la sua efficacia rispetto ai nostri obiettivi.

Siamo disposti a riconoscere una buona idea e la rappresentiamo come una sorta di “illuminazione”, si accende la lampadina e la luce arriva dove prima non c’era possibilità di vedere soluzioni od opportunità. In realtà non scatta tutto con il famigerato “eureka” che attiva il cervello e ci porta il pensiero giusto. Le idee covano, maturano dentro noi e dopo una sorta di “gestazione” prendono forma e vengono espresse. Possiamo fare qualcosa per rendere questo percorso interno più consapevole.

La natura del pensiero è generativa, collegata al suo flusso, ovvero non siamo esattamente in grado di prevedere il corso dei nostri pensieri e cosa diremo (quindi penseremo) tra qualche minuto. Possiamo comunque allenare il nostro processo di pensiero per orientare questa capacità generativa in modo positivo e utile per noi, arrivando alle “buone idee”.

Propongo alcuni atteggiamenti (disposizioni personali) che possono aiutarci ad esprimere buone idee: ovvero consideriamoci come un terreno più fertile ed irrigato e le piantine attecchiranno e cresceranno. Ritengo questi approcci semplicemente un “humus” fertile per le buone idee e quindi una sorta di laboratorio personale di allenamento.

Accoglienza

Una buona idea arriva se siamo pronti ad accogliere le nuove idee, su questo occorre essere netti. Se restiamo nella nostra “zona di comfort” non ci possiamo confrontare con qualcosa che metta in discussione la nostra illusione di stabilità e controllo degli eventi. Accogliere il nuovo significa portarci qualche passo oltre le nostre routine di pensiero e accogliere un cambiamento, un nuovo punto di vista, un modo diverso di fare le cose. Ci diamo il permesso di apprendere senza l’ansia dell’errore. Le idee arriveranno.

Apertura

Allargare lo sguardo, cercare l’insieme, muoversi fra i suoi elementi, vedere cose che che prima non si notavano. Se posso accogliere una nuova idea posso anche indirizzare in modo diverso il mio pensiero, prestare attenzione a cose che prima sfuggivano. Collego all’apertura la curiosità, l’esplorazione, il percepirci come persone in relazione e scambio con gli altri. Nella mia personale ricerca delle buone idee, questa disposizione mi ha aiutato molto ad avere una visione più ampia e cogliere spunti molto diversi.

Associazione

Rielaborazione, nuovi collegamenti tra concetti, trasformazione, ecc. non si pensa in modo completamente autonomo dal pensiero intorno a noi, qualcosa ci influenza sempre. Associare i concetti in modo diverso è una grande opportunità per arrivare a nuove idee che possono rivelarsi buone. E’ un processo creativo fondamentale per le persone. L’analogia, ovvero il trovare elementi simili dentro cose diverse fra loro e metterli in relazione, è parte una parte essenziale del processo. Quando possiamo associare… ci diamo l’opportunità di scoprire.

Rottura, sfida

Oltre la “zona di comfort” non ci sono mari solo tranquilli. Una buona idea ci richiede di rischiare un po’, rompere qualche schema, incrinare qualche consuetudine. Arare un terreno in fondo vuol dire “romperlo con il vomere” per poter poi piantare un seme dove potrà nutrirsi e crescere. Le buone idee possono richiedere qualche sfida ed il mettersi in gioco, perché “le barche nel porto sono al sicuro, ma non per questo sono state costruite“ (William Shed).

Immaginazione

Il livello immaginativo dell’esperienza è potente per attivare la parte creativa. Possiamo vedere l’applicazione delle idee pensate, immaginare le situazioni dove esprimerle, configurare lo scenario per le nostre valutazioni sulla loro bontà. Ci prepariamo alla verifica delle idee, simuliamo il loro corso e riflettiamo sui possibili esiti. Possiamo collegare così il livello cognitivo, immaginativo e quello emotivo e disporre di un nostro personale navigatore interno per la destinazione “buone idee”.

Profondità

La profondità di una buona idea la metto in relazione alla sua capacità di essere un valore aggiunto specifico per una determinata esigenza \ problema. Le buone idee hanno in sé un contenuto di risoluzione, di progresso rispetto alla situazione attuale.  C’è un bisogno od un desiderio che la buona idea ci aiuta a soddisfare o realizzare, con una profondità dedicata a quel nostro benessere particolare e ricercato. Per questo una buona idea può funzionare e noi lo percepiamo rapidamente.

Rappresentazione

Le buone idee sono frutto di buone rappresentazioni… La matita, cui accennava il maestro Ettore Scola nell’intervista a Fabio Fazio del 2013, come oggetto per lui fondamentale. Con un lapis in mano ed il mio fidato blocco, quante idee ho tirato giù, abbozzato, elaborato, messo a punto per il mio lavoro. Potete disegnarle, scriverle, schematizzarle, colorarle, farne mind-map, diagrammi, mandala… insomma pasticciate, cancellate, ridisegnate, riprovate.. create. Le buone idee ci sono già.

This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 3.0 Italy License.

Envisioning: il talento di vedere “oltre la siepe” e ripensare il futuro.

Il termine envisioning viene dal verbo inglese to envision e ci porta a concepire una situazione che sia possibile realizzare in futuro. Envisioning significa, con accezione più ampia, crearsi una visione chiara e lungimirante di qualcosa che ci riguarda, esprimendola attraverso un’immagine vivida.

  • Per il Dizionario Collins online di inglese c’è il riferimento a qualcosa che possiamo prevedere, predire.
  • Per il Learner’s Oxford Dictionary questa capacità di immaginare è collegata ad una situazione verso cui rivolgiamo il nostro impegno, affinché possa accadere.

Anche le imprese e le organizzazioni possono esprimere questa capacità di envisioning, ogni volta che si torna a rivedere e aggiornare la missione, la visione, la strategia ed i valori guida.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. Giacomo Leopardi.

E’ un prendere spunto in modo un pò audace e temerario dalle parole del poeta. Tuttavia trovo queste parole emotivamente efficaci per farci riflettere sul senso del limite che poniamo al nostro sguardo e dove lo rivolgiamo. Abbiamo tutti le “nostre siepi personali” che limitano la vista dell’orizzonte, che non ci permettono una visione più elevata, più ampia.

La nostra capacità di envisioning può essere davvero un talento da esprimere che ci porta a “vedere oltre” per darci la possibilità di un futuro migliore, più vicino alle fonti della nostra auto-realizzazione. Certo un pò di “paura” ci può stare perché una visione più ampia e più nitida richiede poi di gestire la maggiore sensibilità interiore acquisita.

Per sviluppare questa capacità è fondamentale saper rivolgere lo sguardo in diverse direzioni, ognuna delle quali può portarci una maggiore profondità ed una maggiore consapevolezza. Propongo qui 5 modalità di allenamento, ognuna con un focus particolare, che possono essere svolte in un percorso di life coaching e di team coaching.

Osservare il passato

Il passato è il percorso che abbiamo fatto, è lo sguardo che rivolgiamo a questo cammino, sono le cose accadute che ricordiamo. Gli eventi sono localizzati nel tempo rispetto ad un dato momento, possono precederlo o seguirlo, subire salti improvvisi ma identificabili in relazione alla nostra linea del tempo. Troviamo il senso di quello che è successo attraverso la  nostra narrazione, che diventa il modo per viaggiare alla ricerca dei significati importanti per noi.

Solo ciò che è trascorso o mutato o scomparso ci rivela il suo volto reale”, come diceva Cesare Pavese. Con il supporto del coaching narrativo osservando il passato scopriamo quali sono gli insegnamenti che si possono apprendere,  per darci la nostra identità. Possiamo così rivedere la missione personale e pensare ad azioni da sviluppare in modo diverso dal passato (cambiamento).

Guardare l’insieme

Saper guardare alla complessità della vita è l’espressione della nostra capacità di cogliete la trama delle cose, avendo una visione allargata, espansa.

Le nuvole si ammassano, il cielo si rabbuia, le foglie si alzano verso l’alto: sappiamo che pioverà. Sappiamo che anche dopo il temporale la pioggia andrà ad immettersi nella falda freatica a chilometri di distanza e che domani il cielo sarà chiaro. Tutti questi eventi sono lontani nel tempo e nello spazio, eppure sono tutti collegati nell’ambito dello stesso sistema. Ognuno di essi ha influenza sul resto, un’influenza che normalmente è nascosta alla vista. Si può comprendere il sistema di un temporale soltanto contemplando l’intero, non una qualsiasi parte di esso. Peter Senge.

Senge è uno dei primi ad aver parlato della competenza del pensiero sistemico. Leggere la realtà utilizzando questa competenza vuol dire mettere in relazione gli eventi, le situazioni, i luoghi, i comportamenti, in una unica trama interconnessa. Non solo in ogni sistema abbiamo parti i cui elementi costituiscono contemporaneamente anche altri sotto-sistemi. Questo è guardare l’insieme ed il coaching ci può aiutare a interpretare il mondo in modo diverso.

Vedere le relazioni con gli altri

Nei contesti sociali e di lavoro costruiamo reti di relazioni, sviluppando le nostre abilità comunicative e la capacità di usare strategie di apprendimento e correzione dei nostri comportamenti. Vedere il dispiegarsi delle nostre relazioni con gli altri va “oltre” l’abilità di gestire gli aspetti relazionali quali trasmettere informazioni, comunicare in situazioni interpersonali, utilizzare strumenti di comunicazione, comunicare in gruppo, negoziare, ecc.

L’espressione “Io ti vedo” nel film Avatar, del regista James Cameron, è un concetto molto profondo della lingua dei Na’vi, gli abitanti del pianeta Pandora: ci rivela la possibilità che io “veda dentro di te, cioè io veda la tua anima”.  Questa frase è una formula di saluto rituale dei nativi d’ America che stava ad indicare il fatto che riconoscessero nell’identità dell’altro lo Spirito che guidava il loro popolo.

Empatia e assertività sono competenze fondamentali, da allenare con il coaching, per vedere l’esistenza degli altri e non considerare noi stessi come l’universo intero, cosa che istintivamente siamo portati a fare.

Scorgere il flusso in noi

Saper vedere l’invisibile consapevolezza del flusso ci fa cogliere quel particolare stato di grazia in cui si è immersi nelle attività che ci coinvolgono, arrivando a perdere la cognizione del tempo.  Il concetto di “Flow” (fluire, scorrere), legato ai nostri momenti “magici”  lo dobbiamo al ricercatore americano Mihaly Csikszentmihalyi, all’inizio degli anni ’70 presso la Claremont Graduate University.

Scorgere in noi il flusso, vederci dentro un’esperienza ottimale, vuol dire percepire la felicità, trovandola ogni volta in cui siamo completamente coinvolti nella situazione che stiamo vivendo. In quel momenti siamo rapiti e concentrati e il tempo sembra fermarsi poiché ogni istante di piacere si dilata sino a sembrarci infinito. La maggior parte delle persone ha vissuto questa situazione: la realtà esterna, il nostro agire e lo stato d’animo si uniscono nel “Flow”. Il coaching narrativo ci aiuta a ri-trovarlo e viverlo appieno.

Immaginare il futuro

Non si può costruire il futuro se non siamo ben radicati nel presente, ovvero nel cosa c’è adesso, è quello che stiamo vivendo nella nostra vita quotidiana, quello che siamo capaci di cogliere ora.

Il coaching narrativo ci porta a raccontare il futuro come il mondo delle possibilità, l’unica dimensione dove c’è il cambiamento che possiamo attuare, dove si sviluppa il percorso e la trasformazione da compiere. Trovare la strada da fare, vedere le tappe, immaginare come saremo quando avremo raggiunto i nostri traguardi, cosa sentiremo, cosa proveremo, chi avremo accanto.

La nostra visione del futuro ci deve ispirare, senza avere lo sguardo ancora condizionato dal passato. Per realizzare il nostro domani la capacità di envisioning si sviluppa nella sua massima espressione: abbiamo bisogno di nuovi occhi con cui vedere il mondo. “Oltre la siepe” c’è il nostro talento.

This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 3.0 Italy License.