Il coaching e storytelling, un connubio efficace.

Comunicazione disfunzionale? I ruoli del Triangolo Drammatico

Che cosa rende la comunicazione interpersonale efficace e costruttiva? Cosa rende invece la comunicazione incapace di agevolare conversazioni sane? Cosa caratterizza le dinamiche relazionali in cui i messaggi non portano scambi virtuosi? Quali modelli comunicativi ostacolano sia la socialità che la crescita individuale?

L’approccio dell’Analisi Transazionale contempla fra i suoi modelli teorici uno schema che permette di analizzare la comunicazione disfunzionale, al fine di promuovere la consapevolezza e l’uscita da quelle “trappole” in cui spesso cadiamo, nostro malgrado.

In questi tranelli percepiamo in modo confuso emozioni di malessere o un senso di inadeguatezza e di impotenza. Nello scambio comunicativo spesso si celano messaggi “ulteriori”, dei quali cioè non siamo consapevoli nella relazione con gli altri.

Il triangolo drammatico

Il modello del “Triangolo Drammatico” fu elaborato da Stephen Karpman nel 1968 e da allora rappresenta uno degli strumenti principe dell’Analisi Transazionale, attenendosi alla semplicità e immediatezza del linguaggio che caratterizzano questo orientamento teorico, con un lessico chiaro e accessibile.

Il modello si basa sull’identificazione di tre “ruoli drammatici” che ognuno di noi può ricoprire a seconda dei suoi schemi di comportamento nelle relazioni, e delle personali dinamiche intrapsichiche. Il mondo – come diceva Shakespeare – è un palcoscenico sul quale recitiamo uno o più ruoli, proprio come gli attori di un dramma. Per illustrarli partiamo da un esempio.

Silvia sta preparando la cena. Si rivolge al marito Claudio per chiedergli aiuto:  S.: Mi dai una mano in cucina? C.: Si certo, arrivo …  S.: Prepara il soffritto mentre io finisco di decorare il dolce   Claudio lava le verdure, le taglia e le versa nella pentola con l’olio. Silvia si avvicina ed esclama: Ma noooo! Hai usato troppo olio non vedi? E le verdure sono a pezzi troppo grossi! Non ci metti un minimo di impegno!  C.: Allora preparatelo tu il soffritto!  S.: Come al solito! Devo fare sempre tutto io!

  • Dapprima Silvia fa una richiesta di aiuto, senza fornire tuttavia a Claudio istruzioni precise. La posizione iniziale di Silvia è inconsapevolmente “persecutoria”: comunque si comporterà Claudio lo farà in modo errato: se la aiuta sbaglierà nel modo in cui lo fa, se non l’aiuta sbaglierà per il fatto di non farlo.
  • Claudio accoglie la richiesta apprestandosi a soddisfarla. Entra pertanto in un ruolo di “salvataggio”nei confronti della moglie. Non avendo istruzioni dettagliate, e potendo contare su una scarsa esperienza, Claudio esegue il compito a suo modo, ma un modo che scontenta la moglie, la quale conferma il proprio ruolo di “persecutore” ed esprime su di lui un giudizio severo e negativo.
  • Claudio, dopo essere diventato una “vittima” dell’attacco di Silvia, reagisce bruscamente sottraendosi alla richiesta, ed entrando così a sua volta nel ruolo di “persecutore”, mentre Silvia si trasforma nella “vittima”, costretta a sostenere tutto il peso delle faccende domestiche.

Nell’arco di un tempo molto breve la comunicazione fra Silvia e Claudio evidenzia il loro passaggio da un ruolo all’altro, in uno scambio che lascia entrambi insoddisfatti e, per restare in tema gastronomico, “con l’amaro in bocca”.

I ruoli “drammatici” che giochiamo

I ruoli drammatici si trovano ai vertici di un triangolo che illustra la dinamica comunicativa fra il “persecutore”, il “salvatore” e “la vittima” (cfr. Figura 1, in cui le frecce indicano la direzione dello scambio di ruoli).

  • Il persecutore si colloca in una posizione di superiorità rispetto all’interlocutore, si sente OK e considera gli altri NON OK, svalutandone le capacità.
  • Il salvatore si pone nella posizione di chi soccorre, aiuta, si rende utile, è disponibile e compiacente. In apparenza si prodiga per gli altri ma cela in fondo la convinzione che gli altri “non siano in grado”, o non abbiano sufficienti capacità. Anche in questo caso avviene una svalutazione dell’interlocutore e, in definitiva, il salvatore si sente OK mentre percepisce gli altri in posizione one down.
  • Infine abbiamo la vittima, la quale oltre ad essere tale per gli altri lo è anche per se stessa, in un processo di auto-svalutazione. Si sente infatti NON OK, inadeguata, sfortunata o incompresa, e reputa che gli altri le siano superiori.

Ognuno di noi può assumere uno dei tre ruoli, e passare dall’uno all’altro. A seconda della percezione di sé e del mondo (posizione esistenziale) ricopre tuttavia un ruolo “preferito” nel quale trascorre la maggior parte del tempo.

La rotazione dei ruoli drammatici all’interno del triangolo è caratterizzata dal fatto che, ad ogni scambio di ruoli, ciascuno dei protagonisti avverte una sorpresa, un effetto spiazzante, in molti casi si sente confuso. Finisce col provare un’emozione spiacevole, dato che come abbiamo visto la rotazione nel triangolo implica una svalutazione, di sé stessi o degli altri nella dinamica relazionale.

Si attua un processo di comunicazione disfunzionale in quanto sono tre ruoli non autentici, i quali non si fondano su una posizione adulta e non comprendono un esame realistico di noi stessi, dell’altro e della realtà. Sono la proiezione nel “qui ed ora” di strategie infantili, inadeguate e disfunzionali, di andare avanti nella vita.La comunicazione costruttiva

Il primo passo è riconoscere lo schema del triangolo drammatico, il secondo, il più difficile, è provare a uscirne. Questi schemi rappresentano qualcosa di noto, familiare: pur essendo dannosi, il fatto di superarli può farci sentire insicuri e spaesati inizialmente. Ciò non toglie che abbandonare da questi circoli viziosi comunicativi può avvicinarci a una maggiore serenità.

Come sarebbero andate le cose nell’esempio riportato se la comunicazione fosse stata costruttiva nel rapporto tra Claudio e Silvia? Una possibilità sarebbe stata che Silvia specificasse il procedimentoper fare un buon soffritto. Claudio, dal canto suo, avrebbe potuto rispondere affermando pacatamente, ma con decisione, che l’affidargli un incarico comprendeva l’accettazione del modo in cui l’avrebbe svolto.

Una comunicazione costruttiva richiede dunque la conoscenza del proprio ruolo, la cui consapevolezza consente di valicarlo e divenire coscienti del modo in cui ci si approccia all’altro nelle relazioni. Come nelle fiabe o nei copioni ogni personaggio che ricopre un ruolo ha bisogno degli altri personaggi che lo confermino. Non ci sarebbe Cenerentola senza le sorellastre e la matrigna a farne una vittima, così come non ci sarebbero le peripezie di Renzo e Lucia ne “I Promessi Sposi” senza il persecutore Don Rodrigo …

Conoscere il nostro ruolo preferito ci permette dunque di far saltare la trama, ci evita di restare invischiati, senza rendercene conto, fra i nodi e gli intrecci della comunicazione disfunzionale!

… siamo gli attori ingenui sulla scena di un palcoscenico misterioso e immenso. 

(Francesco Guccini)

Rossella Maiore Tamponi – Paolo Lorenzo Salvi

Contatto e bisogni relazionali in tempo di pandemia

Che cosa sono i bisogni relazionali?

I Bisogni Relazionali ci appartengono in quanto persone, sono presenti dalla nascita alla morte, sono più intensi in alcuni passaggi della nostra vita e si ripropongono ad ogni età. Li abbiamo in quanto siamo esseri umani in relazione e sono tutti sempre presenti, emergendo alternativamente a seconda delle circostanze e quando sono soddisfatti tornano poi sullo sfondo.

Il contatto (dal latino “cum” che significa “con” e “tangere”, cioè “toccare”) si può definire come l’ “incontro” (o lo “scontro”) sia con se stessi che con gli altri. Esistono dunque un contatto interno, che si manifesta in un dialogo interiore consapevole e nel fluire di pensieri e di emozioni, e c’è un contatto esterno, che riguarda le relazioni interpersonali e il rapporto che ognuno di noi stabilisce con gli altri. Lo psicoterapeuta e analista transazionale Richard Erskine scrive che “il contatto è la pietra miliare della relazione”, è pertanto la condizione di possibilità della relazione stessa.

Richard Erskine ha elaborato un impianto teorico che permette di analizzare i bisogni relazionali nei loro vari aspetti, nelle loro funzioni e nel significato che possiedono per l’agire umano, creando una tipologia che consente di identificarli in modo più preciso.

Il bisogno di relazione – dice ancora Erskine – “è  un’esperienza primaria che motiva il comportamento umano”. Questo significa che il bisogno di relazione contiene un’urgenza e una priorità paragonabili ai bisogni fisiologici come la fame e la sete. Il secondo aspetto è quello della motivazione: l’aspetto delle relazioni è legato al senso dell’esistenza, alle scelte di vita e alle ragioni per cui le portiamo a compimento.

L’impatto della Pandemia Covid-19 nelle relazioni umane

Fra i cambiamenti innescati dalla pandemia di Covid-19 nella coscienza collettiva una particolare evidenza riveste l’impoverimento dei contatti sociali, non solo in termini di possibilità, di quantità e di frequenza ma anche in relazione a un aspetto per così dire qualitativo: l’impossibilità e l’inibizione del contatto fisico e di una scelta libera della prossemica, cioè della distanza che ognuno di noi pone più o meno consapevolmente fra sé e gli altri.

La prossemica concerne il rapporto con lo spazio: l’avvicinarsi o il distanziarsi da una persona, da un gruppo o da un oggetto riguarda il modo personale di collocarsi nello spazio e di organizzare l’esperienza del “contatto” col mondo. Un cambiamento dalle importanti conseguenze che probabilmente saremo in grado di comprendere e valutare solo nel lungo periodo.

8 bisogni per il desiderio di avere relazioni

Erskine individua otto bisogni relazionali che guidano e influenzano ogni persona lungo tutta la sua esistenza. Non sono esaustivi ma possiamo considerarli gli elementi essenziali che giovano alla qualità umana della vita e alimentano il senso di sé nella relazione. I bisogni relazionali si distinguono pertanto in:

  1. SENTIRCI AL SICURO: corrisponde al bisogno di sentirci protetti e al sicuro quando ci percepiamo vulnerabili o in pericolo. Questo bisogno riassume la sensazione di avere delle fragilità e di trovare comunque un agio nel rapporto con altri, che si sintonizzano con noi “normalizzando” e dando importanza e significato alla nostra vulnerabilità, sia essa fisica che emotiva.
  2. SENTIRCI ACCETTATI E
  3. SENTIRCI CONFERMATI NELL’ESPERIENZA CHE FACCIAMO: questi sono bisogni relativi a una convalida del nostro stato d’animo e dei nostri pensieri,  collegati all’ esperienza che stiamo vivendo. Abbiamo necessità che il nostro vissuto sia validato e per così dire “legittimato” dall’esterno. Possiamo provare paura o tristezza, preoccupazione o ansia in situazioni che le persone intorno a noi considerano in modo diverso, ma abbiamo necessità di non essere ritenuti “strani” o inadeguati. Nelle relazioni significative appagare questo bisogno procura un senso di sollievo e può essere propedeutico alla risoluzione di un problema.
  4. DEFINIRCI: questo bisogno è legato alla possibilità di affermare la nostra identità e di essere percepiti come persone uniche, nell’originalità dei tratti del nostro carattere e in relazione alla nostra storia di vita, ai nostri talenti, alla nostra visione del mondo (valori, opinioni, scelte, cultura personale ecc. ). Veniamo stimolati a esprimerci in modo autentico e sentiamo di essere accettati per quello che siamo.
  5. AVERE IMPATTO SULL’ALTRO: è questo un bisogno di grande importanza perché ci permette di sperimentare una “risonanza” del nostro essere su chi ci circonda. Sentiamo di aver destato interesse nell’altro, di essere significativi per lui e di meritare risposte e riconoscimento. Ci sentiamo così efficaci nello stabilire relazioni. Pensiamo a un bambino impaurito e preoccupato che richiama l’attenzione dei genitori e ottiene che ci si prenda cura di lui e delle sue emozioni nel momento in cui le vive.
  6. SENTIRCI OGGETTO DI ATTENZIONE E DI CURA DA PARTE DELL’ALTRO: in questo caso il bisogno è appagato quando l’altro prende un’iniziativa nei nostri confronti, ci trasmette di essere emotivamente insieme a noi. Sentiamo che nella relazione l’altro è attivo e amorevole nei nostri confronti, che c’è un coinvolgimento emotivo.
  7.  RECIPROCITÀ’: questo bisogno corrisponde alla necessità di relazioni che implichino uno scambio, una sorta di “via a doppio senso” del rapporto, una via attraverso la quale do e ricevo, mi porgo all’altro e lui fa la stessa cosa con me.
  8. ESPRIMERE AMORE: il bisogno di esprimere i nostri sentimenti positivi e amorevoli verso l’altro ha la stessa importanza del ricevere amore. La gratitudine, la sollecitudine, il comunicare affetto fanno parte della libera espressione di noi stessi e nel momento in cui ne siamo privati percepiamo un limite, una barriera o un’inibizione.

Mantenere relazioni appaganti e intime

La situazione cogente di restrizioni e divieti in tempo di pandemia ha certamente reso difficile e limitato il soddisfacimento di tutti questi bisogni. In attesa di tempi più propizi possiamo inaugurare una stagione creativa nella misura in cui le relazioni possano essere coltivate o addirittura scoperte, anche attraverso un uso virtuoso e consapevole della tecnologia. Quest’ultima ha certamente modificato “lo spazio” dell’umano introducendovi una nuova dimensione, in cui nonostante la distanza fisica ci si può affidare alla visione e all’ascolto.

Occorre infine ribadire che possiamo godere di relazioni appaganti ed intime allorquando tutti questi 8 bisogni saranno soddisfatti sia nella dimensione del ricevere che in quella del dare.

Quanto “al tempo” nelle relazioni così scrive il poeta Gibran:

“Cos’è per te l’amico, l’amica, perché serva ad ammazzare il tempo? Chiamalo, chiamala, sempre a vivere il tempo, lui, lei, potrà colmare il tuo bisogno: non il vuoto. E nella dolce compagnia ci sia suono di risa.

Rossella Maiore Tamponi & Paolo Lorenzo Salvi

Agile per pensare e per apprendere

Esperienza, riflessione e adattamento. Tutto in trasparenza.

Agile è una filosofia di lavoro e un approccio metodologico che comporta una routine di piccoli miglioramenti incrementali che avvengono in degli slot temporali cadenzati. Inoltre, prevede una riflessione ricorrente sul lavoro svolto e quindi un apprendimento continuo.

In Agile, il lavoro viene scomposto in una lista di piccoli e concreti deliverable e l’elenco viene ordinato in base alla priorità dettata dalle esigenze di business di quel momento, ovvero dare valore da subito. È un approccio basato sulla fiducia che apprendiamo dall’esperienza e quindi possiamo trovare ed applicare modalità per identificare e integrare questo apprendimento nel modo di lavorare.

Agile riguarda molto più le persone che i processi. Il valore principale risiede nel cambiamento culturale che sviluppa l’individuo accrescendo le competenze chiave per essere adattivi, trasparenti, collaborativi e reattivi. Per creare un modo di pensare agile, dobbiamo affrontare i problemi consapevoli che potrebbe essere necessario più di un tentativo per risolverli e che più sappiamo del problema, più siamo attrezzati per trovare un efficace e soluzione duratura.

Agile ci propone un nuovo atteggiamento di apprendimento, per utilizzare la nostra capacità di navigare verso il successo attraverso la riflessione e l’adattamento. La Guida SCRUM (2017) dice che: “Agile … is founded on empirical process control theory, or empiricism. Empiricism asserts that knowledge comes from experience and making decisions based on what is known.”

La definizione di processo dell’American Heritage Dictionary è “Una serie di azioni, modifiche o funzioni che producono un risultato”. Si può intendere come degli input che passano attraverso il flusso di lavoro e si creano in uscita degli output.

Approccio predittivo tradizionale

Quando si avvia un nuovo progetto o si crea un nuovo prodotto, viene creato un set di requisiti e seguito di una attenta analisi il project manager presumerà che essi siano approvati come un insieme fisso da cui partire per la pianificazione. Il project manager stimerà quanto tempo ci vorrà per completare i requisiti e viene così creato il piano di progetto. Il piano prevede che il progetto sarà terminato entro una certa data e tale data viene comunicata al cliente.

Questo comporta quelli che sono definiti come “Defined Processes”: le informazioni e gli assunti iniziali sono validi lungo tutto l’orizzonte della pianificazione. Ovvero si predice il futuro una volta per tutte all’inizio del lavoro.

  • Ogni pezzo di lavoro è completamente compreso
  • È possibile avviare un processo definito e consentire l’esecuzione con gli stessi risultati ogni volta
  • Ci si basa essenzialmente sui criteri della ripetibilità e prevedibilità

La criticità fondamentale di questo approccio è che il piano, che guida tutto, si basa sul presupposto che i requisiti siano fissi e non cambieranno. L’esperienza ci ha mostrato che non è mai così, ovvero i requisiti in un progetto (oppure nello sviluppo di prodotto) possono non essere fissi, ci sono sempre cambiamenti. Quando i requisiti cambiano, il piano ne risente e di conseguenza, anche la data di completamento deve cambiare. Sfortunatamente, in molti casi, ciò è impossibile e si deve consegnare entro la data per cui il Team di progetto si è impegnato. Questo comporta una grave crisi e il progetto stesso inizia ad andare fuori controllo.

L’approccio tradizionale basato sul piano non è fallace in sé e per sé, semplicemente non è adatto per i business con alto tasso di incertezza come quelli odierni. L’approccio basato sul piano era originariamente basato sui concetti tradizionali di gestione del progetto, che provenivano dal settore delle costruzioni. Nel settore delle costruzioni, ad esempio, l’approccio predittivo è indicato: i progetti, hanno requisiti fissi che probabilmente non cambieranno durante la costruzione dello stabile. Si può stimare quanto tempo ci vorrà per costruire i pilastri ed i telai di acciaio, versare il cemento e così via.

  • È possibile prima completare le specifiche e poi costruire.
  • Quasi all’inizio si può stimare in modo affidabile l’impegno e il costo.
  • È possibile identificare, definire, programmare e ordinare tutte le attività dettagliate all’inizio del progetto.
  • L’adattamento a cambiamenti imprevedibili non è la norma e i tassi di cambiamento sono relativamente bassi

Approccio empirico

L’approccio agile orientato alla creazione di valore si basa sull’empirismo e questo cambia l’intera mentalità, il mindset. Si presume dall’inizio che qualsiasi requisito esistente in anticipo non sia fisso e che cambierà.

L’approccio agile presuppone anche che il Team debba consegnare entro una certa data. Questo approccio fissa il tempo e le risorse e lascia indeterminati i requisiti. Questo ci ricorda molto da vicino la realtà della creazione di software. Il criterio di essere “value-driven”, guidati dal valore, ci mette su un piano di apprendimento diverso.

Avremo frequenti ispezioni (al lavoro) e adattamento piuttosto che una pianificazione predittiva. Ci si adatta al futuro piuttosto che predirlo come uno scenario pieno di certezze. Quando abbiamo un periodo di tempo fisso e stabilito in cui non si è sicuri di poter fornire tutti i requisiti (perché cambieranno e quindi il tempo necessario per completarli cambierà), la reazione naturale è dare la priorità ai requisiti che sono stati messi a fuoco e finire per primi quelli che aggiungono il massimo valore al cliente.

La domanda sorge spontanea: “Ed i requisiti che non sono stati completati entro la data di consegna?” Questo è il motivo per cui ha successo l’approccio basato sul valore. Viene riconosciuto il fatto che non tutti i requisiti saranno completati entro la data di consegna. La domanda importante da porsi è se hai fornito abbastanza funzionalità per supportare un sistema che fornisce valore al cliente. Ed i progetti Agili risultano vincenti proprio per questo modo nuovo di pensare.

  • Si aspetta l’inaspettato
  • Poiché i processi sono definiti in modo imperfetto, generano output imprevedibili e irripetibili
  • Il controllo viene esercitato attraverso l’ispezione e l’adattamento
  • Le fasi di lavoro / processo potrebbero non essere comprese
  • Il lavoro è influenzato da fattori quali le performance passate e le differenze di know-how
  • Il miglioramento e la conduzione del lavoro sono guidati da esperimenti ed esperienza

Gestire l’incertezza ovvero sperimentarsi e adattarsi

I processi empirici (“Empirical Process”) sono usati per domini ad alto cambiamento e instabili, piuttosto che prevedere molte attività in sequenza, ci si basa su misurazioni frequenti e risposte dinamiche a eventi variabili. Quando siamo coinvolti nello sviluppo di nuovi prodotti e l’incertezza del business aumenta, allora pensiamo e apprendiamo con il processo empirico, che caratterizza l’approccio ed il modo di pensare Agile.

  • Raramente è possibile creare subito un piano immutabile, con specifiche dettagliate.
  • All’inizio non è possibile effettuare una stima affidabile di sforzo e costo.
  • Man mano che emergono dati empirici nel corso del progetto diventa sempre più possibile pianificare e stimare.
  • All’inizio non è possibile identificare, definire, programmare e ordinare tutte le attività.
  • Abbiamo bisogno di passaggi adattivi guidati alla fine di ogni ciclo di lavoro.
  • L’adattamento creativo a cambiamenti imprevedibili è la norma. I tassi di cambiamento sono alti.

Per concludere l’approccio Agile ci aiuta a pensare e ed apprendere una volta che rispondiamo alla domanda seguente. Il tuo progetto o prodotto è definibile prima di iniziare a lavorare oppure hai bisogno di dati empirici per aiutarti a costruire la soluzione? L’empirismo afferma che la conoscenza proviene dall’esperienza e dal prendere decisioni in cammino, basate su ciò che è noto.

La competenza narrativa: riscoprirla ed esprimerla

La competenza narrativa è data dalla nostra capacità di pensare in forma di racconto, poiché in ogni contesto umano esiste già una storia. Tutti noi abbiamo bisogno di attribuire un senso alla nostra esperienza, una rielaborazione che giunge dopo che le cose sono successe, dopo che ritorniamo al corso degli eventi per trovare un filo rosso di coerenza. Il solo modo che abbiamo per trovare significati alla trama delle nostre azioni è il racconto, l’atto di narrare, esprimendo la nostra abilità naturale di storyteller.

Secondo l’autore di best seller Christopher Booker la ricerca di universalità del significato viene resa disponibile a tutti noi dai buoni narratori:

Il reale significato della nostra abilità nel raccontare storie è duplice. In primo luogo, fornisce uno specchio unico che rivela le dinamiche interiori della natura umana. Ma in secondo luogo, denudando le fondamenta inconsce che sottostanno al modo in cui vediamo il mondo, può illuminare di una luce straordinariamente rivelatrice la Storia, la politica, la religione, la filosofia e quasi ogni aspetto del pensiero e del comportamento umani”.

La competenza informale del narratore

Se consideriamo la nostra “storia di vita” come un susseguirsi di situazioni e di vicende che ci fanno sperimentare, il nostro campo di esperienze personale crea una base di conoscenza che “raccontiamo agli altri”.

È una competenza informale che si forma estraendo significati individuali dalla trama di esperienze e di ruoli che viviamo. Alla base della competenza informale del narratore c’è un processo di crescita personale che parte dalla riflessione e dalla consapevolezza.

All’interno dei nostri contesti sociali noi agiamo, ci relazioniamo con altre persone, prendiamo delle decisioni spinti da bisogni e desideri, costruiamo ricordi legati ai nostri vissuti emotivi. Sono le azioni compiute in base a cosa sentiamo e proviamo e le scelte che facciamo a costruire le situazioni della vita a dare un senso a ciò che facciamo.

Alcuni più istintivamente ed altri più razionalmente ci leghiamo a idee, ispirazioni, progetti, visioni, speranze, paure, amori e vite altrui che diventano patrimonio di conoscenza personale. La consapevolezza, il flusso di attenzione dove orientiamo i nostri pensieri e la nostra ricerca, ci consente di trasformare questa conoscenza implicita in materiale per l’autobiografia e la narrazione.

Interpretare il significato delle nostre azioni e delle nostre esperienze vuol dire mettere le azioni in connessione con altre azioni. La ricerca di coerenza che naturalmente operiamo ci porta a collocare la singola azione dentro una storia. La vita scorre e bisogna saper cogliere il momento ed il senso: spesso questi elementi ci sfuggono dentro il vortice della quotidianità che tutto assorbe. Abbiamo bisogno di interpretare il vissuto ed i ruoli che giochiamo nella vita di tutti i giorni, per trovare la nostra cornice di un senso. Per farlo tutti noi costruiamo delle storie.

La competenza informale del narratore emerge in tutti noi come esigenza primaria di significato esistenziale e la nostra vita quotidiana è fatta di narrazioni nel nostro dialogo interno e nella relazione con gli altri. Siamo narratori nati con questa competenza informale, come quando attorno ad un falò ci raccontiamo e tutto è semplicemente istinto di narrare.

La competenza dell’empatia

Siamo abituati a riconoscere e comprendere le storie.

Spesso quando qualcuno legge una storia, l’identificazione con i personaggi e il coinvolgimento emotivo nella storia causa nel lettore simpatia nei confronti dei personaggi, e forse anche la sensazione nei lettori di star sperimentando davvero quegli eventi. Di conseguenza, il lettore diventa empatico quando legge una storia basata sulla fiction.” ( Storytelling in Organizations: Facts, Fictions, and Fantasies. Yiannis Gabriel)

Entriamo in connessione con le storie e quindi sviluppiamo empatia e questa modalità diventa componente espressa quando empatizziamo con i racconti, le vicende e i personaggi delle storie che creiamo o che ascoltiamo.

L’abilità dell’empatia incide sulla competenza espressa del narratore in relazione a due aspetti:

  1. la componente emotiva che ci fa comprendere ed esprimere le emozioni legate alla narrazione, creando un grado di immersione nella storia che la rende “veritiera” e capace di catturare e di ispirare;
  2. la componente cognitiva: che ci permette di comprendere meglio la pluralità dei punto di vista dei nostri interlocutori, entrando virtualmente nel loro modo di pensare, analizzando i ragionamenti e prevedendo le possibili reazioni.

Quando condividiamo con gli altri delle storie, come in una serata con gli amici in trascorsa in casa, si condivide la conoscenza di determinate vicende umane. Ma in primis si trasmette il portato di emozioni che la storia può suscitare e che viene messo a fattor comune. La narrazione da questo punto di vista si appoggia alla competenza dell’empatia e ne richiede una espressione sociale per arrivare ad un sentire compartecipato e condiviso.

La competenza del dialogo

La teoria dell’apprendimento relativa al costruzionismo sviluppa l’idea che possano esistere altre narrazioni altrettanto “veritiere” delle nostre, e che noi possiamo sempre cambiare il nostro punto di vista e costruire con gli altri una o più nuove narrazioni.

Ogni nostro racconto è costituito da una trama di avvenimenti, personaggi ed azioni tenuti insieme dal nostro “format narrativo”, dalla nostra capacità di raccontare in termini di relazioni e interconnessioni quello che ci è successo.

Per Wikipedia il Il termine dialogo (dal latino dialŏgus, in greco antico διάλογος, derivato di διαλέγομαι «conversare, discorrere» composto da dià, “attraverso” e logos, “discorso”) indica il confronto verbale che attraversa due o più persone come strumento per esprimere sentimenti diversi e discutere idee non necessariamente contrapposte. Tramite il dialogo emergerà una nuova storia, oppure potremmo ritrovare una comprensione diversa di una storia già raccontata, che progressivamente verrà sempre più elaborata in termini di significati condivisi con gli altri.

Seguendo questo approccio, ricostruire le nostre narrazioni dialogiche è un modo di apprendere e dare senso alle cose. Esprimiamo la competenza narrativa del dialogo con le altre persone che ci consente di intrecciare le storie e di costruire senso insieme:

«E nell’interazione tra narratore e ascoltatore che emergono nuove narrative: il testo che si sviluppa e qualcosa che avviene tra le persone» (Allen e Allen, 1997).

Bruner dice che la vita è un romanzo, è la storia che narriamo di noi stessi. Per questo psicologo dell’educazione non occorre essere grandi romanzieri, ci è sufficiente essere solo esseri umani capaci di contestualizzare piccole e grandi esistenze nel palcoscenico di una storia.

Tutti noi sappiamo narrare costantemente il nostro romanzo di vita nei dialoghi quotidiani, tra piccole e grandi scene da commedia e da tragedia. In questo modo diamo ricostruiamo in senso autobiografico la nostra vita e utilizziamo tutti il pensiero narrativo per raccontare dei materiali che sono a tutti gli effetti dei testi letterari, che a loro volta tornano a dare significato alla nostra esistenza.

La competenza di story making, essere costruttori di storie  

Secondo Annette Simmons, autrice di “The Story Factor” chiunque cerchi di influenzare gli altri deve prima conoscere la propria storia e sapere come raccontarla attraverso lo sviluppo di un arco narrativo. Sia che ci stiamo accingendo ad una nuova impresa rischiosa, oppure stiamo cercando di concludere un affare o conducendo una personale battaglia contro una ingiustizia subita da noi o da altri, abbiamo tutti una storia da raccontare.

Ci sono alcune tecniche alla portata di tutti noi per reperire storie e riferirci ad esse come modelli. Eccone alcune che ci rendono story maker, ovvero costruttori di storie.

  • Cercare modelli simili: temi ricorrenti che ci aiutano a stabilire “chi siamo” come persona; momenti “epici” nella nostra vita e il loro significato per noi.
  • Individuare le conseguenze: si richiamano alla memoria i risultati positivi e negativi degli sforzi passati e come hanno contribuito a farci sviluppare i metodi in cui crediamo oggi.
  • Cercare lezioni da trasmettere: ricordare le crisi passate e ciò che hanno insegnato. Rievocare il nostro più grande sbaglio, un punto di svolta nella carriera lavorativa e cosa abbiamo imparato da questi momenti;
  • Cercare l’utilità: tutti abbiamo un racconto che ci ha cambiato; possiamo ispirarci a storie che abbiamo sentito e che sembrano funzionare al loro scopo.
  • Cercare riferimenti come film o libri: il film o il libro preferito ci piace per un motivo preciso che possiamo portare nelle nostre narrazioni personali.
  • Cercare esperienze future: sviluppare i sogni e le visioni future in una storia che popoliamo con personaggi reali, le persone apprezzano di essere inserite in un racconto come personaggi.

La congruenza e la coerenza sono elementi vitali. La visione, gli insegnamenti e i valori presenti nei nostri racconti sono materiale per alimentare anche le storie degli altri e renderli a loro volta “story maker“.

Competenza informale, empatia, dialogo e story making sono parte della competenza narrativa. I racconti personali permettono agli altri di vedere chi siamo in modo più immediato di qualsiasi altra forma di comunicazione e permettono a noi di auto rivelarci, scoprendo aspetti della nostra storia di vita che rimarrebbero altrimenti invisibili.

Le carezze: come ci riconosciamo nei rapporti umani

Di carezza in carezza: come “filtriamo” i complimenti

I messaggi, verbali e non verbali, che implicano un riconoscimento da parte dell’altro al nostro fare o al nostro essere sono denominati carezze in Analisi Transazionale. Con questo termine si traduce in modo approssimativo l’inglese “stroke”, che possiede un’ accezione più neutra e significa colpo, tocco. Vediamo cosa succede nella realtà quotidiana quando abbiamo a che fare con quelle particolari carezze che esprimono complimenti o apprezzamenti.

Accettare un complimento non è una cosa scontata ... I complimenti, le forme di riconoscimento positivo, sono ambite da tutti noi e da tutti ricercate più o meno consapevolmente, sono lo strumento che utilizziamo per stabilire “l’indice di gradimentodella nostra persona nel mondo, o per valutare le nostre capacità professionali in un contesto, per confermare o modificare la nostra percezione di noi stessi.

A un’attenta osservazione, davanti a un complimento, le cose non sono sempre del tutto chiare. Accade di pensare: “… lo dice ma non ci crede veramente …”, oppure “dice che sono simpatica perché non sono bella …”, o ancora “lo dice perché vuole ottenere qualcosa …”, “… lo dice solo per incoraggiarmi …”. Si tratta spesso di stratagemmi inconsapevoli che utilizziamo per “filtrare” i riconoscimenti positivi, e questi stratagemmi dipendono dalla “quantità” di complimenti che riusciamo “a reggere”, a seconda della nostra personalità e, soprattutto, delle forme di riconoscimento che abbiamo ricevuto nell’infanzia e nell’adolescenza.

Carezze positive e negative, condizionate e incondizionate

Le carezze possono essere positive o negative, a seconda che contengano approvazione o disapprovazione, o che facciano riferimento a una qualità o a un “difetto”. Ci sono carezze positive condizionate, cioè motivate da qualcosa che abbiamo fatto: “complimenti!”, “hai fatto un ottimo lavoro”, “che bel disegno!”; e ci sono carezze negative condizionate come “non mi è piaciuto quello che hai detto …” oppure “ti sei comportato in modo scortese …”.

  • Le carezze condizionate si riferiscono a un comportamento, a una performance, e pertanto non investono la persona nella sua totalità e identità.
  • Le carezze incondizionate riguardano invece l’essere nella sua interezza: “ti voglio bene”, “sei sensibile”, “mi sei simpatico”.

Sono carezze positive incondizionate anche un semplice sorriso, o un abbraccio spontaneo.

Carezze ambigue e fasulle

Ci sono poi carezze scivolose, ambigue o fasulle, come: “bello … ma potevi fare di meglio”, oppure “per essere un po’ in carne sei bellissima”, o ancora “vedo che hai capito più o meno …”. In questo caso la carezza pecca di autenticità viene elargita e contemporaneamente ritirata, oppure attenuata. All’estremo troviamo le carezze di plastica, quando riceviamo un apprezzamento in modo formale e di circostanza, percependo chiaramente una mancanza di schiettezza.

Il nostro modo di riconoscere l’altro

Quello che si rivela particolarmente interessante riguarda il nostro modo personale di dare o ricevere carezze che dipende dal modo in cui abbiamo fatto esperienza dei riconoscimenti nel corso della nostra storia di vita. Se abbiamo ricevuto poche carezze o ne abbiamo ricevute in abbondanza di negative facilmente finiremo per interpretare una dimostrazione di stima come una frase compassionevole (“lo dice solo per lusingarmi … ma non lo pensa veramente …”), così come un’opinione diversa dalla nostra può diventare il ripiego per rafforzare la convinzione di non essere abbastanza intelligenti o di essere incompresi (“ecco, non riesco mai ad esprimermi …; non mi capiscono …”).

Insomma, abbiamo un nostro “filtrodelle carezze un meccanismo interiore e inconsapevole per far passare solo quelle che vanno a confermare l’idea che abbiamo di noi stessi. Questo può andare sia in direzione del rafforzamento della nostra autostima, sia in direzione di una conferma del nostro sentirci inadeguati o “inferiori”.

L’economia delle carezze

Lo psicologo clinico e analista transazionale Claude M. Steiner analizzava negli anni ‘70 le dinamiche del riconoscimento sociale elaborando una concezione ancora di grande attualità. Gli strumenti più efficaci di controllo sociale, sostiene Steiner, non sono riconducibili solo alle varie forme di coercizione o di sanzione ma sono rintracciabili, in prima istanza, in un atteggiamento educativo secondo il quale le carezze vengono dosate, monopolizzate e orientate in modo da favorire od ostacolare i comportamenti delle persone. Se ad esempio ti dico che sei bravo nel fare una determinata cosa, e incapace nel farne un altra, più o meno consapevolmente finirò col rafforzare o scoraggiare il tuo comportamento di fare o non fare, e qualora questo schema si ripetesse in modo sistematico nelle prime fasi del ciclo di sviluppo, andrà nel lungo termine a influire sulla formazione della personalità e sulle scelte di vita.

 Il valore educativo delle carezze

Claude Steiner si occupò delle carezze durante il processo educativo, e dunque del modo in cui genitori ed educatori “amministrano” quella che egli chiama l’economia delle carezze, basata su 5 regole di base dalle quali ci invita a “scappare”, poiché esse vanno ad alterare la naturale propensione degli esseri umani a scambiarsi carezze positive in abbondanza, come una forma di nutrimento reciproco.  Steiner parla infatti di una “fame di carezze”fisiologica all’essere umano che, se deprivato, rischia un’astenia emotiva, affettiva, o un senso di frustrazione e di solitudine.

Vale la pena ricordare che le carezze condizionate negative sono uno strumento importante per ogni educatore: a un bambino che si avventa sul fratello più piccolo perché gli ha strappato di mano il gioco preferito sarà importante dire che il suo comportamento non è OK (carezza condizionata negativa), e poi insegnargli un modo adeguato e ragionevole di esprimere la sua legittima rabbia.

Si tratta quindi di regole condivise a livello sociale e imperniate sulla cultura familiare e comunitaria, sulla morale, la religione, le consuetudini e i retaggi intergenerazionali. Ecco quali sono:

  • Non dare carezze se hai da darne
  • Non chiedere carezze se le desideri (alle carezze richieste si attribuisce comunemente meno valore)
  • Non accettare carezze quando le desideri
  • Non rifiutare carezze che non gradisci
  • Non dare carezze a te stesso (il vecchio adagio “chi si loda si imbroda …”)

Steiner, in sintesi, ci invita a riprendere la nostra capacità e il nostro potere di scambiarci carezze, di ricreare un mondo in cui non ci siano limiti alle carezze, al riconoscimento reciproco, alla libera espressione anche di carezze negative quando occorra, purché espresse in modo responsabile e costruttivo.

La carezza è un ponte tra due abissi di solitudine. Perché il cielo e la terra passeranno, ma certe carezze non passeranno mai.” Diego Cui

Rossella Maiore Tamponi – Paolo Lorenzo Salvi