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La competenza narrativa: riscoprirla ed esprimerla

La competenza narrativa è data dalla nostra capacità di pensare in forma di racconto, poiché in ogni contesto umano esiste già una storia. Tutti noi abbiamo bisogno di attribuire un senso alla nostra esperienza, una rielaborazione che giunge dopo che le cose sono successe, dopo che ritorniamo al corso degli eventi per trovare un filo rosso di coerenza. Il solo modo che abbiamo per trovare significati alla trama delle nostre azioni è il racconto, l’atto di narrare, esprimendo la nostra abilità naturale di storyteller.

Secondo l’autore di best seller Christopher Booker la ricerca di universalità del significato viene resa disponibile a tutti noi dai buoni narratori:

Il reale significato della nostra abilità nel raccontare storie è duplice. In primo luogo, fornisce uno specchio unico che rivela le dinamiche interiori della natura umana. Ma in secondo luogo, denudando le fondamenta inconsce che sottostanno al modo in cui vediamo il mondo, può illuminare di una luce straordinariamente rivelatrice la Storia, la politica, la religione, la filosofia e quasi ogni aspetto del pensiero e del comportamento umani”.

La competenza informale del narratore

Se consideriamo la nostra “storia di vita” come un susseguirsi di situazioni e di vicende che ci fanno sperimentare, il nostro campo di esperienze personale crea una base di conoscenza che “raccontiamo agli altri”.

È una competenza informale che si forma estraendo significati individuali dalla trama di esperienze e di ruoli che viviamo. Alla base della competenza informale del narratore c’è un processo di crescita personale che parte dalla riflessione e dalla consapevolezza.

All’interno dei nostri contesti sociali noi agiamo, ci relazioniamo con altre persone, prendiamo delle decisioni spinti da bisogni e desideri, costruiamo ricordi legati ai nostri vissuti emotivi. Sono le azioni compiute in base a cosa sentiamo e proviamo e le scelte che facciamo a costruire le situazioni della vita a dare un senso a ciò che facciamo.

Alcuni più istintivamente ed altri più razionalmente ci leghiamo a idee, ispirazioni, progetti, visioni, speranze, paure, amori e vite altrui che diventano patrimonio di conoscenza personale. La consapevolezza, il flusso di attenzione dove orientiamo i nostri pensieri e la nostra ricerca, ci consente di trasformare questa conoscenza implicita in materiale per l’autobiografia e la narrazione.

Interpretare il significato delle nostre azioni e delle nostre esperienze vuol dire mettere le azioni in connessione con altre azioni. La ricerca di coerenza che naturalmente operiamo ci porta a collocare la singola azione dentro una storia. La vita scorre e bisogna saper cogliere il momento ed il senso: spesso questi elementi ci sfuggono dentro il vortice della quotidianità che tutto assorbe. Abbiamo bisogno di interpretare il vissuto ed i ruoli che giochiamo nella vita di tutti i giorni, per trovare la nostra cornice di un senso. Per farlo tutti noi costruiamo delle storie.

La competenza informale del narratore emerge in tutti noi come esigenza primaria di significato esistenziale e la nostra vita quotidiana è fatta di narrazioni nel nostro dialogo interno e nella relazione con gli altri. Siamo narratori nati con questa competenza informale, come quando attorno ad un falò ci raccontiamo e tutto è semplicemente istinto di narrare.

La competenza dell’empatia

Siamo abituati a riconoscere e comprendere le storie.

Spesso quando qualcuno legge una storia, l’identificazione con i personaggi e il coinvolgimento emotivo nella storia causa nel lettore simpatia nei confronti dei personaggi, e forse anche la sensazione nei lettori di star sperimentando davvero quegli eventi. Di conseguenza, il lettore diventa empatico quando legge una storia basata sulla fiction.” ( Storytelling in Organizations: Facts, Fictions, and Fantasies. Yiannis Gabriel)

Entriamo in connessione con le storie e quindi sviluppiamo empatia e questa modalità diventa componente espressa quando empatizziamo con i racconti, le vicende e i personaggi delle storie che creiamo o che ascoltiamo.

L’abilità dell’empatia incide sulla competenza espressa del narratore in relazione a due aspetti:

  1. la componente emotiva che ci fa comprendere ed esprimere le emozioni legate alla narrazione, creando un grado di immersione nella storia che la rende “veritiera” e capace di catturare e di ispirare;
  2. la componente cognitiva: che ci permette di comprendere meglio la pluralità dei punto di vista dei nostri interlocutori, entrando virtualmente nel loro modo di pensare, analizzando i ragionamenti e prevedendo le possibili reazioni.

Quando condividiamo con gli altri delle storie, come in una serata con gli amici in trascorsa in casa, si condivide la conoscenza di determinate vicende umane. Ma in primis si trasmette il portato di emozioni che la storia può suscitare e che viene messo a fattor comune. La narrazione da questo punto di vista si appoggia alla competenza dell’empatia e ne richiede una espressione sociale per arrivare ad un sentire compartecipato e condiviso.

La competenza del dialogo

La teoria dell’apprendimento relativa al costruzionismo sviluppa l’idea che possano esistere altre narrazioni altrettanto “veritiere” delle nostre, e che noi possiamo sempre cambiare il nostro punto di vista e costruire con gli altri una o più nuove narrazioni.

Ogni nostro racconto è costituito da una trama di avvenimenti, personaggi ed azioni tenuti insieme dal nostro “format narrativo”, dalla nostra capacità di raccontare in termini di relazioni e interconnessioni quello che ci è successo.

Per Wikipedia il Il termine dialogo (dal latino dialŏgus, in greco antico διάλογος, derivato di διαλέγομαι «conversare, discorrere» composto da dià, “attraverso” e logos, “discorso”) indica il confronto verbale che attraversa due o più persone come strumento per esprimere sentimenti diversi e discutere idee non necessariamente contrapposte. Tramite il dialogo emergerà una nuova storia, oppure potremmo ritrovare una comprensione diversa di una storia già raccontata, che progressivamente verrà sempre più elaborata in termini di significati condivisi con gli altri.

Seguendo questo approccio, ricostruire le nostre narrazioni dialogiche è un modo di apprendere e dare senso alle cose. Esprimiamo la competenza narrativa del dialogo con le altre persone che ci consente di intrecciare le storie e di costruire senso insieme:

«E nell’interazione tra narratore e ascoltatore che emergono nuove narrative: il testo che si sviluppa e qualcosa che avviene tra le persone» (Allen e Allen, 1997).

Bruner dice che la vita è un romanzo, è la storia che narriamo di noi stessi. Per questo psicologo dell’educazione non occorre essere grandi romanzieri, ci è sufficiente essere solo esseri umani capaci di contestualizzare piccole e grandi esistenze nel palcoscenico di una storia.

Tutti noi sappiamo narrare costantemente il nostro romanzo di vita nei dialoghi quotidiani, tra piccole e grandi scene da commedia e da tragedia. In questo modo diamo ricostruiamo in senso autobiografico la nostra vita e utilizziamo tutti il pensiero narrativo per raccontare dei materiali che sono a tutti gli effetti dei testi letterari, che a loro volta tornano a dare significato alla nostra esistenza.

La competenza di story making, essere costruttori di storie  

Secondo Annette Simmons, autrice di “The Story Factor” chiunque cerchi di influenzare gli altri deve prima conoscere la propria storia e sapere come raccontarla attraverso lo sviluppo di un arco narrativo. Sia che ci stiamo accingendo ad una nuova impresa rischiosa, oppure stiamo cercando di concludere un affare o conducendo una personale battaglia contro una ingiustizia subita da noi o da altri, abbiamo tutti una storia da raccontare.

Ci sono alcune tecniche alla portata di tutti noi per reperire storie e riferirci ad esse come modelli. Eccone alcune che ci rendono story maker, ovvero costruttori di storie.

  • Cercare modelli simili: temi ricorrenti che ci aiutano a stabilire “chi siamo” come persona; momenti “epici” nella nostra vita e il loro significato per noi.
  • Individuare le conseguenze: si richiamano alla memoria i risultati positivi e negativi degli sforzi passati e come hanno contribuito a farci sviluppare i metodi in cui crediamo oggi.
  • Cercare lezioni da trasmettere: ricordare le crisi passate e ciò che hanno insegnato. Rievocare il nostro più grande sbaglio, un punto di svolta nella carriera lavorativa e cosa abbiamo imparato da questi momenti;
  • Cercare l’utilità: tutti abbiamo un racconto che ci ha cambiato; possiamo ispirarci a storie che abbiamo sentito e che sembrano funzionare al loro scopo.
  • Cercare riferimenti come film o libri: il film o il libro preferito ci piace per un motivo preciso che possiamo portare nelle nostre narrazioni personali.
  • Cercare esperienze future: sviluppare i sogni e le visioni future in una storia che popoliamo con personaggi reali, le persone apprezzano di essere inserite in un racconto come personaggi.

La congruenza e la coerenza sono elementi vitali. La visione, gli insegnamenti e i valori presenti nei nostri racconti sono materiale per alimentare anche le storie degli altri e renderli a loro volta “story maker“.

Competenza informale, empatia, dialogo e story making sono parte della competenza narrativa. I racconti personali permettono agli altri di vedere chi siamo in modo più immediato di qualsiasi altra forma di comunicazione e permettono a noi di auto rivelarci, scoprendo aspetti della nostra storia di vita che rimarrebbero altrimenti invisibili.

Diario il nostro viaggio interiore narrato

Il diario ovvero il nostro viaggio interiore narrato

La forma di scrittura auto-analitica è, per eccellenza, il diario. La nostra scrittura, organizzata cronologicamente e sistematica, fa di ognuno il testimone di sé stesso. Consente quel processo definito di “bilocazione cognitiva”, attraverso il quale lo scrittore si pone simultaneamente come autore e come lettore: è presente in due spazi diversi, due dimensioni che si rispecchiano.

La scrittura è per tutti noi uno strumento semplice e immediato per inaugurare un percorso di auto-conoscenza. Scrivere di sé può essere un esercizio molto fertile per esplorare, attraverso un gesto quotidiano, il proprio modo di stare al mondo e i sentimenti che scaturiscono dalla consapevolezza della propria identità, nonché dei ruoli in cui ci troviamo, scelti o attribuiti dalle persone che ci circondano.

L’atto dello scrivere dirige l’attenzione, stabilisce un contatto col presente, agevolando la creazione di un “filtro” attraverso il quale passano le esperienze più significative, i valori, le emozioni, o semplicemente gli attimi e i vissuti di particolare intensità. Ne scaturisce una “letteratura personale”. La poetessa americana Sylvia Plath scrive nei suoi diari: “il presente è l’eternità e l’eternità è sempre in movimento, scorre, si dissolve. Questo attimo è la vita”. Il diario è un grande capitolo della narrazione riguardo al “parlar di sé” e presenta alcune funzioni importanti:

  • Organizzare l’esperienza del tempo raccontato attraverso i nostri scritti (consapevolezza del tempo)
  • Avvicinare il tempo delle nostre azioni con il tempo della narrazione (consapevolezza del fare)
  • Registrare le esperienze ed esprimere la nostra interpretazione degli eventi (consapevolezza di ciò che è accaduto)
  • Essere strumento di crescita personale e di sviluppo (consapevolezza dell’essere)

Scrittura di sé Coaching Narrativo

La presenza di un luogo e di una data garantiscono la “tracciabilità” di noi stessi, possono, in una rilettura distanziata nel tempo, spiazzare o stupire, segnando le tappe della nostra formazione, della costruzione di un’identità. Il Diario è quindi un esercizio riflessivo col quale affidare alla pagina noi stessi, liberando nel pensiero uno spazio, quasi una “memoria esterna”, e questo spazio diventa capace di accogliere nuovi pensieri, nuove informazioni, nuovi orientamenti.

“Io voglio semplicemente mettere sulla carta quello che mi è capitato oggi pomeriggio … Comunque venga devo scriverlo” annota ancora la Plath, sottolineando sia l’intenzione – la spinta volitiva della scrittura diaristica – sia il suo carattere di necessità.

Nel diario sperimentiamo l’essere allo stesso tempo chi scrive, chi legge, e la nostra scrittura, diventata “altro da noi”. La vediamo acquisire un’esistenza propria: materiale (l’oggetto “pagina”), etica (i nostri valori), affettiva (i nostri sentimenti e le nostre relazioni). Come ha scritto Duccio Demetrio ci troviamo in una continua mescolanza tra pensiero introspettivo, retrospettivo e “finzionale”, tale cioè da tradurre e rappresentare in una “finzione costruttiva” l’essenza dei fatti della nostra vita.

La decisione di scrivere un diario è infine una decisione intima e personale, solitaria da molti punti di vista. Il diario raccoglie immaginazione, azione, coscienza, esperienza, tempo, interiorità e racconto. La filosofa spagnola Maria Zambrano ci ricorda che “ci sono cose che non si possono dire, ed è indubitabile. Ma è proprio ciò che non si può dire che bisogna scrivere.

Rossella Maiore Tamponi – Paolo Lorenzo Salvi

narrazione personale

3 tipi di storie per raccontarci agli altri

Ci sono tre tipi di storie molto immediate che parlano di noi nella vita di tutti i giorni. Queste storie ci mettono in relazione gli uni con gli altri, ci fanno rispecchiare nelle vite degli altri, traendone ispirazione per le nostre. Riguardano semplicemente chi siamo, cosa stiamo facendo e dove stiamo andando.

Prendo spunto dal post apparso sul sito di ImageThink nel 2013 (“Storytelling Tips & Tricks”) dove si riconosce ad ognuno di noi la capacità di essere un narratore, sia per la dimensione lavorativa che per quanto attiene la vita quotidiana. Nel post sono stati proposti 3 ambiti di narrazione personale che approfondisco e rielaboro in questo breve articolo secondo la mia interpretazione.

Io chi sono?

Storie che riguardano l’identità narrativa e i nostri valori.
La nozione di “identità narrativa” si fonda sulla capacità della persona di “mettere in forma di racconto” in modo concordante gli avvenimenti della propria esistenza, ricercando un filo di coerenza, una cornice di senso. Le persone definiscono e condividono storie su sé stessi, rievocando particolari episodi e periodi delle proprie vite. Nel far questo attribuiscono un significato a tali esperienze e generano anche un apprendimento.

L’identità narrativa è importante perché ricostruisce il passato autobiografico in modo tale da fornire alla vita della persona una trama che abbia una certa coerenza, unitarietà e scopo. La nostra storia di vita condensa e ristruttura in modo sintetico ricordi, episodi e obiettivi ricercati, dando forma ad un racconto identitario coerente. Attraverso la narrazione, le persone esprimono a sé stesse e raccontano agli altri ciò che sono adesso, ovvero come sono arrivati a diventare ciò che sono.

Parliamo agli altri delle nostre passioni e dei nostri interessi più grandi, ciò che ci piace, di ciò che non ci piace fare, dei nostri gusti e delle nostre preferenze.
Raccontiamo ciò in cui crediamo, quello per cui lottiamo e ci impegniamo nella vita, i nostri valori più profondi che ispirano le nostre azioni. Valori e principi che abbiamo faticosamente formato nelle pieghe dell’esistenza e che sono il nostro faro per capire chi siamo veramente.

3 tipi di storie per raccontarci agli altri

Che cosa sto facendo?

Le storie dei nostri successi, dei nostri traguardi.
Tutti noi abbiamo aspirazioni e obiettivi nella vita, in diversi ambiti e a seconda dei diversi ruoli che svolgiamo nella nostra esistenza. L’obiettivo fornisce la direzione al nostro corso di azioni, indirizza le nostre energie, orienta i nostri sforzi e la nostra tenacia. Gli obiettivi ci aiutano a capire dove vogliamo andare e che strada prendere quando siamo chiamati a dover compiere delle scelte.
Tim Rich scrive che ci sono diversi tipi di storie che raccontiamo e molti modi per raccontarle, ma tutte hanno lo stesso processo in tre parti al loro cuore. Rielaborando la sua tripartizione in relazione alle mete che ci prefiggiamo, possiamo considerare i seguenti elementi fondamentali.

1. Innanzitutto, ci deve essere un obiettivo sfidante, ovvero un traguardo da raggiungere che richieda l’espressione delle nostre abilità e competenze. Sfidante al punto giusto, senza portare molta ansia o senza essere troppo facile.
2. In secondo luogo, dobbiamo agire con decisione per realizzare il nostro obiettivo affrontando ostacoli e difficoltà sia interiori che esterne.
3. Infine raggiungere il traguardo, ottenere dei risultati significativi per noi, alimenta la nostra autostima ed il senso di riuscita: in breve parliamo di sfida, azione, trasformazione.
Raccontare le nostre imprese è una operazione di “costruzione di senso” per dare spessore alla nostra realtà quotidiana, per trasmettere agli altri il nostro personale viaggio dell’eroe e definirci. Raccontiamo il nostro valore.

Dove sto andando?

Le storie della nostra visione del futuro.
La capacità di raccontare la visione del futuro senza fornire soluzioni sul come arrivarci è uno sprone alla creatività. Ci attiva per poter passare dallo stato di partenza e quello finale desiderato.
La visione del domani è una rappresentazione che sostiene la nostra auto-realizzazione ed esprime in termini di narrazione chi vogliamo diventare, in che modo vogliamo fare la differenza e i valori principali che ci stanno a cuore.

Questa narrazione, questa storia che raccontiamo agli altri, è la proiezione dello scenario che ognuno di noi vuole “trovare” nel suo futuro e che rispecchia i suoi valori, i suoi ideali e le sue aspirazioni generali.
Possiamo raccontarla come una grande immagine, oppure una sequenza “cinematografica” che ci vede protagonisti di azioni, sfide da affrontare, obiettivi raggiunti, ruoli che svolgeremo, traguardi e realizzazioni che avremmo ottenuto.
Queste storie che parlano di noi agli altri possono riguardare il nostro futuro desiderato nelle aree:

• Salute e Benessere psico-fisico
• Relazioni sentimentali e famiglia
• Carriera, Business, Lavoro
• Relazioni con gli altri  
• Interessi personali e passioni

Il futuro influenza il presente tanto quanto il passato”, come diceva F. W. Nietzsche e non possiamo realizzare un futuro che non siamo capaci di immaginare e di raccontare.

In conclusione

Questi tre 3 tipi di storie sono parte della nostra comunicazione quotidiana e ci aiutano a definirci come persone in cammino, rielaborando e attribuendo un senso alle vicende che viviamo. Prestare maggiore attenzione a cosa raccontiamo e cosa ascoltiamo rispetto a queste narrazioni amplia la nostra capacità di “comprensione oltre un semplice fatto intellettuale“. Significa capire meglio noi stessi e gli altri con la testa e anche fondamentalmente con il cuore.

Chiudo con le parole tratte dal testo della canzone Un Senso di Vasco Rossi,  contenuta nell’album Buoni O Cattivi.

Voglio trovare un senso a questa sera
Anche se questa sera un senso non ce l’ha
Voglio trovare un senso a questa vita
Anche se questa vita un senso non ce l’ha

Voglio trovare un senso a questa storia
Anche se questa storia un senso non ce l’ha
Voglio trovare un senso a questa voglia
Anche se questa voglia un senso non ce l’ha.

 

 

Siamo storyteller naturali e cercatori di senso

Nelle nostre storie, nei racconti che quotidianamente ascoltiamo o narriamo, c’è la nostra ricerca di senso. Le persone si adoperano per dare un significato compiuto ed un ordine alle loro vite. Questa crescita in termini di consapevolezza avviene attraverso un processo di storytelling personale:

  • sia comprendendo sé stessi come individui nella loro unicità,
  • sia come esseri sociali pluralmente definiti dalla fase di vita, dal genere, dal gruppo etnico di appartenenza, il ceto sociale e la cultura.

L’approccio del coaching narrativo, come esprime David Drake, considera un diverso set di ipotesi, in primis una maggiore coscienza senza pregiudizi delle persone nel loro stato attuale. Tratta le storie e le azioni individuali come le basi necessarie per possibili modifiche dello status quo.

La trama dei nostri racconti di vita è fatta di traiettorie sociali, quei percorsi attraverso i quali i soggetti si trovano in determinate circostanze e cercano di gestirle nel migliore dei modi. È dalle traiettorie, dal sentiero a volte tortuoso, che si ricavano, unendo i punti, i gradini di un cammino individuale, dal quale si evince la varietà dei percorsi di vita.  Distefano, 2006, che riprende Bertaux, “Racconti di vita”.

Per raggiungere ciò che ognuno di noi vuole davvero la strada pertanto non è dritta, anzi  spesso è un percorso tortuoso. Le persone raramente hanno una visione chiara finché non si è nel flusso della auto narrazione e della ricerca di senso.

Storyteller-naturali-coaching

Siamo tutti storyteller, narratori naturali

Il coaching narrativo tiene conto che le storie personali racchiudono un grande potenziale, non sempre realizzato: possiamo crescere e apprendere dalle narrazioni basate sulle esperienze personali. Le storie che conosciamo meglio sono le nostre: ne siamo autori e protagonisti, sia per il tempo a cui rimandiamo, sia per i contesti e le dinamiche relazionali che intrecciamo.

Apprendere vuol dire ricavare da ciò che raccontiamo lezioni e saggezza per la crescita personale, anche se questa maturità non implica un immediato senso di benessere. Per crescere può essere necessario un riconoscimento di ciò che si è perso, di come avremmo potuto agire in maniera più funzionale e di ciò che probabilmente non si verificherà mai più.

Siamo cercatori di senso

Questa accettazione, per quanto può essere sofferta, in realtà consente a tutti noi di:

  • esprimere dei miglioramenti per la vita futura
  • prendere nuove decisioni con maggiore giudizio
  • poter raggiundere i nostri traguardi, grazie all’apprendimento di lezioni.

Le lezioni di vita (Singer, 2006) sono allora quanto noi possiamo estrapolare dalle esperienze, per dirigere il nostro futuro verso circostanze simili a quanto abbiamo appreso. Attraverso l’acquisizione di intuizioni, il messaggio di un’esperienza viene portato alla connessione più profonda del Sé e ad una conoscenza più ampia del mondo e delle relazioni con gli altri.

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La memoria autobiografica

Le memorie rievocate dalle nostre narrazioni ripercorrono il corso di azioni verso gli obiettivi personali ed i risultati ottenuti, compresi gli ostacoli incontrati lungo il cammino per raggiungerli. Il loro ruolo è fondamentale, in quanto riguardano eventi:

  • atipici ed emotivamente intensi della nostra vita
  • egualmente distribuiti su versanti negativi e positivi.

Ogni storia si configura così come un modo per organizzare gli episodi vissuti e richiamarli alla memoria. La linea narrativa di base di una storia, la trama degli eventi, tende a mantenersi stabile nel tempo. Tale stabilità si riferisce agli avvenimenti originali, mentre quello che noi possiamo variare nella narrazione riguarda le implicazioni ed i significati che attribuiamo agli eventi stessi (Thorne, 2000).

Il pensiero autobiografico, che si basa sullo ristabilire connessioni tra i ricordi, prende forma per tenere insieme la vita. La memoria riveste un ruolo identificante, è lotta contro l’oblio della morte (Duccio Demetrio, 1995).

Le memorie personali non sono equamente distribuite nell’arco della vita, hanno un balzo negli anni compresi fra i 10 e i 30. Molti eventi importanti hanno luogo in questo periodo della vita: molte prime volte, primi lavori, primi amori, primi nuclei familiari propri. Questi elementi esprimono le nostre esplorazioni in cammino e danno forma all‘identità narrativa e all’intimità personale. Si segnala inoltre che alcune ricerche sembrano mostrare nelle persone divergenze e distacco nei confronti delle memorie della prima infanzia.

Quando le nostre relazioni sociali implicano il racconto di memorie personali, ciò che si sviluppa è il prodotto congiunto di valori sia propri, sia interpersonali e culturali. Le storie di vita riflettono infatti la nostra natura, i nostri principi guida, i nostri traguardi. La conoscenza accumulata attraverso la riflessione sulle nostre memorie narrative produce uno schema che provvede alla coerenza tematica, temporale e causale del senso complessivo della nostra identità.

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Memorie specifiche

Le memorie personali specifiche possiamo considerarle come le unità più piccole, i mattoncini che servono da informazioni di base per la costruzione della nostra storia più estesa e formata. Le identità narrative salutari combinano la specificità della memoria con la creazione di senso, al fine di ottenere intuizioni utili e benessere personale. Per questo è fondamentale la memoria specifica, ovvero la generazione di ricordi specifici con ricostruzioni sensitive, percettive ed emotive delle esperienze passate.

Questo sistema di memoria episodica produce ricordi che rimangono disponibili per un’eventuale integrazione nella nostra coscienza del Sé. Quando accade, tali ricordi diverranno permanenti, parte integrante della conoscenza autobiografica di base e della nostra memoria a lungo termine, ovvero si tratta di memorie autobiografiche e di vita.

Memorie di vita

Sono quelle relative a dimensioni rilevanti del proprio Sé, collegate al perseguimento di obiettivi a lungo termine. Risultano emotivamente più intense e dettagliate. Se diventano parte integrante di un capitolo significativo di vita, connettendosi ai temi più critici delle narrazioni di un individuo, allora attraversano il confine oltre il quale si configurano come vere e proprie memorie di auto definizione. Queste ultime rifletteranno gli interessi più duraturi delle persone (es. autorealizzazione, intimità o spiritualità ecc.) e/o conflitti ancora da risolvere.

Concludo con le parole di Oliver Sacks “Senza memoria la vita non è vita. La nostra memoria è la nostra coerenza, la nostra ragione, il nostro sentimento, persino il nostro agire”.

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