Il tema dell’identità narrativa e dello storytelling personale.

Okness o non Okness? Questo è il dilemma

Cosa intendiamo per Okness

L’Okness è un concetto che descrive una posizione esistenziale positiva nella vita. Scopriamo insieme come sentirsi OK!

Ci riferiamo ad un nostro atteggiamento di fondo per il quale attribuiamo la stessa importanza ai bisogni che abbiamoed a quelli degli altri, attivando un dialogo che ricerca la parte migliore e quindi “OK” del nostro interlocutore. Noi siamo pronti a riconoscere che questa Okness è in noi come negli altri, valorizzandola. Possono esserci comportamenti che creano un problema relazionale, tra noi e gli altri, tuttavia nell’espressione della nostra persona e dei nostri bisognisiamo tutti OK.Cerchiamo di comprendere quali posizioni esistenziali sono sottostanti al concetto di essere o meno OK attraverso un esempio.

Cammino per strada e scorgo fra la gente un’amica di vecchia data che non vedo da molti anni. Contenta di poterla salutare, con l’intenzione di scambiare due chiacchiere con lei, sapere come sta, parlarle un po’ di me, cerco il suo sguardo e mi oriento nella sua direzione. Lei per un attimo sembra scorgermi. Poi abbassa gli occhi e rivolge la parola all’uomo che le sta accanto cominciando una fitta conversazione e spingendolo verso il bordo strada per evitare di passarmi vicino. Non ho commesso torti a suo danno, che ricordi, e i nostri rapporti sono sempre stati ottimi e schietti, ci siamo semplicemente perse di vista per i fatti della vita. Proseguo a camminare cercando di immaginare una possibile ragione, il motivo di quel distanziamento, e a chiedermi che cosa possa essere successo tra di noi …

Ci sono diversi atteggiamenti intimi e differenti reazioni a seguito di un episodio come questo, che fa parte delle esperienze comuni. Possiamo ricondurli a quattro principali.

  1. Posso sentirmi offesa e in difetto, mi convinco di essere io la causa, di non essere importante per lei e di essere una persona poco piacevole e dunque da evitare. Provo anche imbarazzo e disagio nonostante nessun altro si sia accorto dell’accaduto.
  2. Oppure posso provare una forte irritazione, addirittura rabbia, e attribuire alla mia amica insensibilità o presunzione, arroganza o un atteggiamento sprezzante, mi ritengo superiore a lei, nonché la sola capace di una vera amicizia. Concludo pensando che sia “meglio perderla che trovarla”.
  3. Un’altra eventualità è rifugiarmi nell’idea che sì, sono una persona mediocre che non merita poi tanta considerazione, ma che in fondo tutti gli esseri umani sono insensibili ed egoisti e che il mondo è un brutto posto in cui non c’è spazio per i buoni sentimenti.
  4. Il quarto fra gli atteggiamenti possibili è pensare che vada bene così: siamo entrambe delle belle persone ma il tempo e la vita ci hanno allontanate e lei avrà avuto delle valide ragioni per evitare il nostro incontro. Prendo anche in considerazione che potrebbe non avermi vista, oppure non avermi riconosciuta.

La stessa esperienza, dunque, viene vissuta in modo differente e interpretata con codice diverso a seconda della percezione che si ha di se stessi o degli altri. In questo senso il proprio modo di stare al mondo è definito dall’Analisi Transazionale – teoria psicologica sviluppatasi nella seconda metà del Novecento – Okness, ovvero Io sono OK e Tu sei OK.

Il senso di Okness e le posizioni esistenziali in Analisi Transazionale

L’Analisi Transazionale è una teoria della personalità, della comunicazione e della psicopatologia fondata dallo psichiatra statunitense Eric Berne tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta del Novecento. Da allora fino ad oggi si è espansa a livello internazionale, arricchita di numerosi studi, della pratica clinica, di quella del counseling e delle applicazioni in ambito organizzativo aziendale. Essa si avvale, per volontà del fondatore, di un linguaggio semplice che attinge al lessico familiare, quotidiano, e una delle parole di questo codice è forse l’espressione più popolare e comune nella nostra civiltà globalizzata, l’idea di Okness.

Ognuno è dotato di valore e dignità in quanto individuo, pertanto accetto ciò che tu sei anche se posso non accettare ciò che tu fai. La nostra essenza di essere umano è OK. Una percezione di sé positiva, costruttiva e adeguata al contesto, che pur tenendo conto di limiti e fragilità, dà valore alla propria vita e a quella degli altri, considera fertili le relazioni e agisce comportamenti efficaci e produttivi nel senso più lato. Include la capacità di sperimentate nuove opzioni ed esperienze ragionevolmente possibili.

Le posizioni esistenziali, in relazione al senso di Okness, e facendo riferimento alle diverse possibilità di vissuto dell’esempio precedente, sono riconducibili a 4:

  1. Io non sono OK – Tu sei OK (posizione vittimistica e passiva in cui si dà poco o niente valore a sé stessi e ci si sente inferiori o inadeguati);
  2. Io sono OK – Tu non sei OK (posizione tendenzialmente aggressiva in cui si attribuiscono all’altro tutte le responsabilità finendo con svalutarlo, denigrarlo o aggredirlo);
  3. Io non sono OK – Tu non sei OK (posizione nella quale c’è una mancanza di fiducia e di speranza verso sé, gli altri o la vita stessa);
  4. Io sono OK – Tu sei OK (posizione di benessere emotivo e di fiducia nel mondo, in sé stessi, nei rapporti umani).

Quest’ultima posizione esistenziale è quella che scaturisce dall’avere una solida autostima, slancio vitale, senso di appartenenza alla comunità umana, considerata positivamente come spazio di espressione libera e di relazione.

Sviluppare consapevolezza per le posizioni esistenziali

Secondo l’Analisi Transazionale la consapevolezza della propria posizione esistenziale consente di comunicare e creare rapporti in modo costruttivo socialmente, e in modo arricchente per sé stessi. Conoscere le posizioni esistenziali consente di scoprirsi capaci di affrontare cambiamenti e di superare difficoltà, senza perdere fiducia in sé e speranza nel futuro.

Ognuno di noi ovviamente, nel corso della vita, può sperimentare ognuna delle 4 posizioni esistenziali ma di solito è una in particolare a prevalere sulle altre, a seconda della natura, del temperamento e soprattutto delle esperienze infantili e dei rapporti coi genitori o con le figure educative durante il ciclo di sviluppo.

La posizione esistenziale “preferita” (della quale non siamo consapevoli prima di un lavoro introspettivo adeguato) influisce sulle esperienze e sul modo di affrontare le situazioni difficili e le avversità.

Secondo l’Analisi Transazionale di Berne, tuttavia è sempre possibile, attraverso un percorso di auto-conoscenza, mutare la propria posizione esistenziale in direzione di un benessere emotivo, fisico e relazionale. Diventare amici di sé stessi e andare incontro a sé prima che alle vecchie conoscenze … come nell’esempio che abbiamo sopra descritto. Ecco allora che possiamo arrivare a dire a noi stessi: Io sono Ok e anche gli altri lo sono!

Per dirla con le parole di Eric Berne “Si ottiene ciò per cui si dimostra apprezzamento”.

Rossella Maiore Tamponi – Paolo Lorenzo Salvi

Diario il nostro viaggio interiore narrato

Il diario ovvero il nostro viaggio interiore narrato

La forma di scrittura auto-analitica è, per eccellenza, il diario. La nostra scrittura, organizzata cronologicamente e sistematica, fa di ognuno il testimone di sé stesso. Consente quel processo definito di “bilocazione cognitiva”, attraverso il quale lo scrittore si pone simultaneamente come autore e come lettore: è presente in due spazi diversi, due dimensioni che si rispecchiano.

La scrittura è per tutti noi uno strumento semplice e immediato per inaugurare un percorso di auto-conoscenza. Scrivere di sé può essere un esercizio molto fertile per esplorare, attraverso un gesto quotidiano, il proprio modo di stare al mondo e i sentimenti che scaturiscono dalla consapevolezza della propria identità, nonché dei ruoli in cui ci troviamo, scelti o attribuiti dalle persone che ci circondano.

L’atto dello scrivere dirige l’attenzione, stabilisce un contatto col presente, agevolando la creazione di un “filtro” attraverso il quale passano le esperienze più significative, i valori, le emozioni, o semplicemente gli attimi e i vissuti di particolare intensità. Ne scaturisce una “letteratura personale”. La poetessa americana Sylvia Plath scrive nei suoi diari: “il presente è l’eternità e l’eternità è sempre in movimento, scorre, si dissolve. Questo attimo è la vita”. Il diario è un grande capitolo della narrazione riguardo al “parlar di sé” e presenta alcune funzioni importanti:

  • Organizzare l’esperienza del tempo raccontato attraverso i nostri scritti (consapevolezza del tempo)
  • Avvicinare il tempo delle nostre azioni con il tempo della narrazione (consapevolezza del fare)
  • Registrare le esperienze ed esprimere la nostra interpretazione degli eventi (consapevolezza di ciò che è accaduto)
  • Essere strumento di crescita personale e di sviluppo (consapevolezza dell’essere)

Scrittura di sé Coaching Narrativo

La presenza di un luogo e di una data garantiscono la “tracciabilità” di noi stessi, possono, in una rilettura distanziata nel tempo, spiazzare o stupire, segnando le tappe della nostra formazione, della costruzione di un’identità. Il Diario è quindi un esercizio riflessivo col quale affidare alla pagina noi stessi, liberando nel pensiero uno spazio, quasi una “memoria esterna”, e questo spazio diventa capace di accogliere nuovi pensieri, nuove informazioni, nuovi orientamenti.

“Io voglio semplicemente mettere sulla carta quello che mi è capitato oggi pomeriggio … Comunque venga devo scriverlo” annota ancora la Plath, sottolineando sia l’intenzione – la spinta volitiva della scrittura diaristica – sia il suo carattere di necessità.

Nel diario sperimentiamo l’essere allo stesso tempo chi scrive, chi legge, e la nostra scrittura, diventata “altro da noi”. La vediamo acquisire un’esistenza propria: materiale (l’oggetto “pagina”), etica (i nostri valori), affettiva (i nostri sentimenti e le nostre relazioni). Come ha scritto Duccio Demetrio ci troviamo in una continua mescolanza tra pensiero introspettivo, retrospettivo e “finzionale”, tale cioè da tradurre e rappresentare in una “finzione costruttiva” l’essenza dei fatti della nostra vita.

La decisione di scrivere un diario è infine una decisione intima e personale, solitaria da molti punti di vista. Il diario raccoglie immaginazione, azione, coscienza, esperienza, tempo, interiorità e racconto. La filosofa spagnola Maria Zambrano ci ricorda che “ci sono cose che non si possono dire, ed è indubitabile. Ma è proprio ciò che non si può dire che bisogna scrivere.

Rossella Maiore Tamponi – Paolo Lorenzo Salvi

narrazione personale

3 tipi di storie per raccontarci agli altri

Ci sono tre tipi di storie molto immediate che parlano di noi nella vita di tutti i giorni. Queste storie ci mettono in relazione gli uni con gli altri, ci fanno rispecchiare nelle vite degli altri, traendone ispirazione per le nostre. Riguardano semplicemente chi siamo, cosa stiamo facendo e dove stiamo andando.

Prendo spunto dal post apparso sul sito di ImageThink nel 2013 (“Storytelling Tips & Tricks”) dove si riconosce ad ognuno di noi la capacità di essere un narratore, sia per la dimensione lavorativa che per quanto attiene la vita quotidiana. Nel post sono stati proposti 3 ambiti di narrazione personale che approfondisco e rielaboro in questo breve articolo secondo la mia interpretazione.

Io chi sono?

Storie che riguardano l’identità narrativa e i nostri valori.
La nozione di “identità narrativa” si fonda sulla capacità della persona di “mettere in forma di racconto” in modo concordante gli avvenimenti della propria esistenza, ricercando un filo di coerenza, una cornice di senso. Le persone definiscono e condividono storie su sé stessi, rievocando particolari episodi e periodi delle proprie vite. Nel far questo attribuiscono un significato a tali esperienze e generano anche un apprendimento.

L’identità narrativa è importante perché ricostruisce il passato autobiografico in modo tale da fornire alla vita della persona una trama che abbia una certa coerenza, unitarietà e scopo. La nostra storia di vita condensa e ristruttura in modo sintetico ricordi, episodi e obiettivi ricercati, dando forma ad un racconto identitario coerente. Attraverso la narrazione, le persone esprimono a sé stesse e raccontano agli altri ciò che sono adesso, ovvero come sono arrivati a diventare ciò che sono.

Parliamo agli altri delle nostre passioni e dei nostri interessi più grandi, ciò che ci piace, di ciò che non ci piace fare, dei nostri gusti e delle nostre preferenze.
Raccontiamo ciò in cui crediamo, quello per cui lottiamo e ci impegniamo nella vita, i nostri valori più profondi che ispirano le nostre azioni. Valori e principi che abbiamo faticosamente formato nelle pieghe dell’esistenza e che sono il nostro faro per capire chi siamo veramente.

3 tipi di storie per raccontarci agli altri

Che cosa sto facendo?

Le storie dei nostri successi, dei nostri traguardi.
Tutti noi abbiamo aspirazioni e obiettivi nella vita, in diversi ambiti e a seconda dei diversi ruoli che svolgiamo nella nostra esistenza. L’obiettivo fornisce la direzione al nostro corso di azioni, indirizza le nostre energie, orienta i nostri sforzi e la nostra tenacia. Gli obiettivi ci aiutano a capire dove vogliamo andare e che strada prendere quando siamo chiamati a dover compiere delle scelte.
Tim Rich scrive che ci sono diversi tipi di storie che raccontiamo e molti modi per raccontarle, ma tutte hanno lo stesso processo in tre parti al loro cuore. Rielaborando la sua tripartizione in relazione alle mete che ci prefiggiamo, possiamo considerare i seguenti elementi fondamentali.

1. Innanzitutto, ci deve essere un obiettivo sfidante, ovvero un traguardo da raggiungere che richieda l’espressione delle nostre abilità e competenze. Sfidante al punto giusto, senza portare molta ansia o senza essere troppo facile.
2. In secondo luogo, dobbiamo agire con decisione per realizzare il nostro obiettivo affrontando ostacoli e difficoltà sia interiori che esterne.
3. Infine raggiungere il traguardo, ottenere dei risultati significativi per noi, alimenta la nostra autostima ed il senso di riuscita: in breve parliamo di sfida, azione, trasformazione.
Raccontare le nostre imprese è una operazione di “costruzione di senso” per dare spessore alla nostra realtà quotidiana, per trasmettere agli altri il nostro personale viaggio dell’eroe e definirci. Raccontiamo il nostro valore.

Dove sto andando?

Le storie della nostra visione del futuro.
La capacità di raccontare la visione del futuro senza fornire soluzioni sul come arrivarci è uno sprone alla creatività. Ci attiva per poter passare dallo stato di partenza e quello finale desiderato.
La visione del domani è una rappresentazione che sostiene la nostra auto-realizzazione ed esprime in termini di narrazione chi vogliamo diventare, in che modo vogliamo fare la differenza e i valori principali che ci stanno a cuore.

Questa narrazione, questa storia che raccontiamo agli altri, è la proiezione dello scenario che ognuno di noi vuole “trovare” nel suo futuro e che rispecchia i suoi valori, i suoi ideali e le sue aspirazioni generali.
Possiamo raccontarla come una grande immagine, oppure una sequenza “cinematografica” che ci vede protagonisti di azioni, sfide da affrontare, obiettivi raggiunti, ruoli che svolgeremo, traguardi e realizzazioni che avremmo ottenuto.
Queste storie che parlano di noi agli altri possono riguardare il nostro futuro desiderato nelle aree:

• Salute e Benessere psico-fisico
• Relazioni sentimentali e famiglia
• Carriera, Business, Lavoro
• Relazioni con gli altri  
• Interessi personali e passioni

Il futuro influenza il presente tanto quanto il passato”, come diceva F. W. Nietzsche e non possiamo realizzare un futuro che non siamo capaci di immaginare e di raccontare.

In conclusione

Questi tre 3 tipi di storie sono parte della nostra comunicazione quotidiana e ci aiutano a definirci come persone in cammino, rielaborando e attribuendo un senso alle vicende che viviamo. Prestare maggiore attenzione a cosa raccontiamo e cosa ascoltiamo rispetto a queste narrazioni amplia la nostra capacità di “comprensione oltre un semplice fatto intellettuale“. Significa capire meglio noi stessi e gli altri con la testa e anche fondamentalmente con il cuore.

Chiudo con le parole tratte dal testo della canzone Un Senso di Vasco Rossi,  contenuta nell’album Buoni O Cattivi.

Voglio trovare un senso a questa sera
Anche se questa sera un senso non ce l’ha
Voglio trovare un senso a questa vita
Anche se questa vita un senso non ce l’ha

Voglio trovare un senso a questa storia
Anche se questa storia un senso non ce l’ha
Voglio trovare un senso a questa voglia
Anche se questa voglia un senso non ce l’ha.

 

 

I nostri Eroi al tempo del Coronavirus

Nello storytelling teorizzato da J. Campbell, l’Eroe è il protagonista di una storia, chiamato dagli eventi all’Avventura, affronta il superamento di varie Prove per giungere ad una Ricompensa oppure una Saggezza finale (Elisir). Riluttante o meno che sia, state pur certi che nel corso della storia lo vedremo trasformarsi in un essere eccezionale, capace di dispiegare abilità e poteri impensati, anche con l’aiuto di Aiutanti (più o meno Magici).

Partiamo dal presupposto che nella vita reale tutti possono essere degli Eroi, ovvero siamo degli Eroi in potenza. Nella difficile situazione che stiamo vivendo in seguito allo scoppio della pandemia da Covid-19,  sono emerse delle figure “eroiche” (anche se i diretti interessati rifiutano questa interpretazione del loro ruolo e della loro persona e ritengono semplicemente di fare il loro lavoro). Si tratta del personale sanitario, medici e infermieri, ricercatori, OSS, cui si aggiungono volontari, addetti alle pulizie di ospedali, luoghi e mezzi pubblici, gli addetti alle vendite alimentari.

Che cosa caratterizza l’eroismo che noi attribuiamo a queste persone? Consideriamo 4 aspetti principali:

  1. Senso del dovere: hanno principi guida e valori che sono legati al servizio agli altri, alla cura, al benessere del prossimo (materiale e morale).
  2. Responsabilità: sono chiamati a dare delle risposte (etimologicamente il “responsum”), a non scansare le difficoltà e quindi trovarsi pronti in prima linea, a farsi carico della situazione.
  3. Impegno: hanno una forte motivazione interna, sono portati a dare il massimo perché l’energia proviene da loro stessi, vogliono fortemente dare un contributo alla causa.
  4. Fare la cosa giusta: si trovano quotidianamente a fare scelte e prendono piccole e grandi decisioni. Alcuni di loro affrontano piccoli o grandi dilemmi etici per la salute delle persone.

Nel nostro paese queste figure professionali sono spesso impiegate con contratti di lavoro precari, sottopagate e lavorano in condizioni non ottimali.  Sono coloro le cui professioni li mettono maggiormente a rischio contagio ed il cui lavoro garantisce la nostra sopravvivenza, come individui e come paese. Hanno accettato la Chiamata all’Avventura. La Posta in gioco è la loro vita e la nostra.  Si trovano di fronte il Nemico, l’Antagonista, il Virus. È un Nemico che non si vede, che non ha volto, inoltre non si sa esattamente chi e quali siano i suoi Ausiliari (fattori climatici? inquinamento? patologie pregresse nei soggetti? età avanzata?).

Gli Eroi ai tempi del Coronavirus sono scesi in campo con gli Aiutanti Magici che hanno a disposizione: mascherine, guanti, disinfettanti. Si scontrano con il Virus a colpi di spruzzino, di radiografie ai polmoni, di maschere per l’ossigeno, siringhe, respiratori. E soprattutto sono scesi in campo con le loro risorse personali, intellettuali ed emotive. Dando fondo a tutte le conoscenze apprese in anni di formazione e attività professionale. Fanno ricorso al loro strumento magico più importante, l’Intuito, che potrebbe condurli, con l’ausilio della sperimentazione, all’Elisir: la cura e il vaccino.

È un Viaggio che presenta molteplici battaglie (Prove): la lotta per la vita di ogni paziente, la lotta per ottenere i presidi e gli strumenti necessari, la lotta per approntare in tempi brevi nuovi ospedali, posti letto, per farci avere ogni giorno il cibo e le risorse necessarie per andare avanti, ecc. Se la cura e il vaccino rappresentano l’Elisir fisico, che si può vedere e toccare con mano, quale sarà l’Elisir intangibile? Quale Ricompensa l’Eroe porterà con sé alla fine del Viaggio?

Non possiamo fornire una risposta unica a questa domanda. Ogni Eroe compie il suo Viaggio, affronta l’ignoto e l’Avventura e torna alla vita quotidiana cambiato per sempre. È giunto in un Mondo Nuovo che prima non conosceva, si è confrontato con il nemico e le sue forze. Ha lottato e portato il suo contributo alla “guerra”, come molti han chiamato la Pandemia. Si è battuto per un mondo migliore e per trovare la sua Saggezza personale.

In fondo questo riguarda tutti noi, ognuno in modo diverso, quando siamo stati chiamati volenti o nolenti all’Avventura. Tutti noi dobbiamo compiere il Viaggio, pertanto ci spetta dare un senso alle Prove che stiamo affrontando, per giungere infine, in questa personale epopea della Pandemia, alla nostra risposta individuale. Ai tempi del Coronavirus ognuno di noi deve trovare il proprio Elisir.

Paolo Lorenzo Salvi & Sabrina Dimartino

coronavirus eroi

 

Contesto e narrazione personale: the big picture!

La cultura ed il contesto sociale, in senso ampio, forniscono un menù di temi, immagini e intrecci all’interno del quale noi scegliamo i “blocchi” di riferimento per costruire il nostro percorso unico e la sua cornice. Le narrazioni di auto definizione sono situate in maniera complessa e differenziata in tali ambiti, a diversi livelli. Ecco alcuni spunti per comprendere il contesto delle nostre storie.

Contesti sociali ed ecologie di genere

Le narrazioni vengono create anche per rispondere alle richieste dei ruoli sociali che ricopriamo e delle nicchie storico-culturali a cui ci riferiamo: entrambe ci inducono alla ricerca di risposte ai problemi posti dai vari gruppi e sottogruppi di riferimento cui facciamo parte.

Questo succede in modo analogo nel mondo digitale, dove la narrazione personale si esprime in relazione alle comunità di appartenenza. Queste ultime hanno un tema centrale che funge da aggregatore per lo scambio e lo storytelling. Si pensi ad esempio alle “community” dei propri interessi personali, sportivi o culturali alle quali apparteniamo, ad un gruppo sui social network del tenore di Facebook, Linkedin e Instagram, oppure un gruppo di messaggistica in Whatsapp o similari.

Altri sotto-contesti sono quelli relativi al ceto sociale, l’etnia, la religione, l’orientamento sessuale, la categoria professionale e il luogo di lavoro, nonché l’epoca storica nella quale si vive e gli adattamenti all’ambiente.

Infine consideriamo come i contesti di genere  possono influenzare le narrazioni personali (Thorne, 2000).

  • Per il genere maschile, l’audience a cui saranno rivolte le storie tende a restringersi abbastanza presto nell’adolescenza e a ridursi ulteriormente nell’età adulta. Si comincia privilegiando come destinatari per i racconti gli amici dello stesso sesso e, successivamente, le mogli, preferendo una modalità di narrazione più intima.
  • Invece per il genere femminile, il pubblico si mantiene più ampio lungo tutto l’arco dell’esistenza, includendo amici e membri della famiglia. Si mantiene una narrazione più socializzante.

cultura-società-storytelling

La cultura avvolge le storie di vita

Le storie di vita possono dirci molto su una determinata civiltà. Catturano ed elaborano metafore e immagini che hanno una risonanza formativa all’interno di una cultura specifica. In primis abbiamo la distinzione tra:

  • coloro che la cultura glorifica come personaggi buoni e
  • quelli che condanna come personaggi cattivi, presentando anche le diverse varietà intermedie tra questi due estremi.

Viene inoltre fornito ad ogni persona un assortimento corposo di storie di vita tra cui scegliere, le quali trasmettono insegnamenti valoriali e principi di comportamento da cui attingere. Infine il contesto culturale e le storie emblematiche che lo rappresentano, possono produrre un set di significati tale da riempire l’esistenza personale in quella cultura.

Le scelte narrative di ognuno di noi indicano anche il tipo di relazione che abbiamo con i nostri contesti di riferimento. Le persone decidono di confrontarsi con diversi tipi di storie:

  • rifiutandone molte,
  • talvolta ribellandosi a quanto viene reso disponibile dal contesto (ma la ribellione è anch’essa il segno dell’influenza esercitata sull’individuo),
  • infine modificando quelle selezionate per adattarle alla loro esistenza unica.

In questo adattamento siamo guidati da un insieme di situazioni congiunte, ovvero dalla congiuntura relativa al nostro mondo sociale, economico e politico, unitamente a quanto proviene dal background familiare, dalle esperienze educative nonché dai propri tratti personali (McAdams & Pals, 2006.  Thorne, 2000.  Singer).

Concludo con un detto africano che rende in modo incisivo l’idea del contesto della storia. Per educare un bambino occorre tutto un villaggio. Proverbio del Kenya