Scoprire le potenzialità e sviluppare il talento personale

4 chiavi per il cambiamento personale

Ci sono 4 chiavi che ci rendono amico il cambiamento, ci aiutano ad avere un atteggiamento proattivo ed energia per essere al passo con ciò che muta insieme a noi.Il cambiamento irrompe nella nostra zona di comfort e porta una differenza, una variazione significativa. Ci porta a fare qualcosa di diverso od a essere diversi, attivando una trasformazione incrementale o radicale che sia. Conoscere il cambiamento significa viverlo come la dimensione caratteristica dell’esistenza umana, per coglierne le opportunità che sono insite in ogni piccola, medio e grande modifica dello status quo.

Per poter comprendere il tema del cambiamento possiamo esplorare alcuni aspetti chiave che ci avvicinano alla natura complessa di questo concetto e ci rendono più familiare l’idea di essere persone in divenire, capaci di cambiare. Questi focus riguardano visione, innovazione, potenzialità e apprendimento. Vediamoli brevemente.

Visione

La prima delle 4 chiavi per il cambiamento è la Visione, ovvero il quadro del futuro. Trovare la nostra direzione ci ispira e ci guida nelle nostre decisioni, come se disponessimo di un faro che ci indica la via e ci dice quali scelte sono da fare.

La gestione del cambiamento riguarda il processo attraverso cui siamo consapevoli della condizione del nostro presente percepito e ci orientiamo verso la situazione del futuro desiderato. È una transizione che ci trasporta nella nostra sfera dell’autorealizzazione situata in un orizzonte lontano che però ispira il nostro sguardo e ci trasmette energia positiva.

La visione è una immagine ricca di dettagli che ci mostra come abbiamo raggiunto i nostri obiettivi e le nostre mete. La tua dichiarazione di visione è come una tela da dipingere, puoi scriverla oppure disegnarla, raccontarla a persone a te vicine, in ogni caso stai articolando i tuoi progetti da realizzare nel futuro. Può aiutarmi una mindmap su un foglio di carta per definire l’intera visione, comprese azioni, risorse, opportunità e sfide. La visione deve essere semplice da condividere e deve ispirare l’azione! Senza quest’ultima, senza generare attivazione e iniziativa abbiamo solo un sogno ad occhi aperti.

Innovazione

La seconda delle 4 chiavi per il cambiamento è l’innovazione. Per immaginare un futuro diverso dobbiamo pensare ad un futuro che abbia i tratti del nuovo. Riprendendo gli spunti e l’analisi di Luciano Martinoli per “novazione” (termine tecnico molto noto in ambito giuridico) si intende: “… la capacità di far del nuovo, creare innovazione radicale, quello che il mondo anglosassone indica come breakthrough innovation”. L’innovazione invece è la novazione all’interno di qualcosa, indicata dal prefisso “in”, un miglioramento dell’esistente.

Sono evidenti le relazioni fra l’abitudine e la paura di cambiare. Si ha timore di uscire dal sentiero del noto e rassicurante. Si ha paura di ciò che è “abitualmente” considerato pericoloso o minaccioso, anche quando un minimo di approfondimento ci dimostrerebbe che in realtà non lo è.

L’abitudine è nemica dell’innovazione, “Ho sempre fatto così ”… Questo ritornello molto spesso recitato, porta una conseguenza seria, ovvero la chiusura verso il nuovo, verso il pensiero laterale, verso la possibilità di ampliare i confini della zona di comfort. Non riusciamo ad innovare perché non esploriamo e non scambiamo contenuti ed esperienze. L’autoreferenza in sintesi vuol dire chiudere le porte alla “contaminazione” delle idee, alla generazione di scenari alternativi e stili di vita differenti.

Segnalo inoltre che fra le “cattive abitudini” c’è anche quella di accettare ilnuovo”, senza chiederci se sia nuovo davvero oppure se quella particolare novità sia veramente utile. L’abitudine di inseguire indiscriminatamente le novità e le mode nasconde il timore di perdere consenso sociale o può derivare da mancanza di spirito critico.

Potenzialità

La terza delle 4 chiavi per il cambiamento riguarda il concetto della potenzialità, ovvero il “trolley delle nostre risorse” che ci portiamo nel viaggio della vita.

Ciascuno di noi ha abilità e potenzialità innate. Per la nostra autorealizzazione e benessere dovremmo coltivarle, farle emergere, allinearci ad esse. In questo modo possiamo esprimere così un cambiamento naturale e presente in noi stessi, ovvero quello di diventare veramente chi siamo!

La psicologia positiva (Seligman) guarda il comportamento umano in termini di punti di forza del carattere, ovvero caratteristiche positive che contribuiscono nel lungo termine al nostro benessere.

Secondo questo approccio, conoscere i propri punti di forza consente di costruire su di essi, ottenendo così una vita più felice e soddisfacente. I ricercatori hanno codificato questi punti di forza in 6 grandi virtù, ciascuno con il proprio sotto insieme di Punti di Forza. Le Virtù riguardano saggezza e conoscenza, coraggio, umanità e amore, giustizia, temperanza, trascendenza.

Le potenzialità personali sono il DNA della nostra filosofia di vita e poterle manifestare sviluppa la performance, aumenta il livello di soddisfazione e di entusiasmo e facilita il raggiungimento di obiettivi professionali e personali. Le performance che siamo capaci di realizzare corrispondono alla differenza tra le potenzialità che abbiamo meno le interferenze. Ma quali sono queste interferenze? Spesso le riconduciamo a fattori esterni quali gli altri, il lavoro, la società, le circostanze sfavorevoli, il caso, la sfortuna. Invece le vere interferenze sono principalmente i nostri pensieri, le nostre convinzioni limitanti ed in definitiva noi stessi. Il vero avversario – ci insegna Tim Gallwey– non è colui che è dall’altra parte della rete nel campo da tennis, (cioè l’altro) ma è nella nostra testa, siamo noi stessi.

Trovo proficuo partire con l’accrescere la nostra consapevolezza e la conoscenza di sé, riconoscendo quali potenzialità e abilità personali sono dentro di noi e darci il permesso di esprimerle. Incoraggiarsi e prendere coscienza delle proprie potenzialità è di fondamentale importanza per cambiare anche le proprie performance.

Apprendimento

L’ultima delle 4 chiavi per il cambiamento è quella dell’apprendimento. Il conoscere (knowing) include sia ciò che sappiamo sia che ciò che possiamo fare ed indica uno stato. A questo si aggiunge il fatto che le nostre conoscenze hanno un ciclo di vita, come ben espresso da Nonaka e Takeuchi a metà degli anni 90 del secolo scorso.

L’apprendere (learning) indica dei cambiamenti nello stato di conoscenza. L’apprendimento accresce la conoscenza o modifica qualcosa della conoscenza precedente. È una dimensione sempre presente nella vita delle, ovvero la capacità di apprendere ad apprendere e la riflessione su come sviluppiamo il nostro apprendimento è una risorsa cruciale nella vita delle persone.

Le persone così possono essere sempre più protagoniste del loro percorso di crescita e cambiamento nell’ambito delle relazioni personali e di lavoro, trovando oggi modalità e strumenti tecnologici e sociali per condividere, collaborare e partecipare nella “costruzione” del sapere (social network). Questo focus ci fa considerare il nostro apprendimento come un processo mediante il quale acquisiamo nuove conoscenze e sul quale influiscono diversi aspetti:

  • esperienze individuali e collettive che rielaboriamo con la nostra intelligenza emotiva e cognitiva
  • strategie cognitive personali e stili di apprendimento
  • stimoli dell’ambiente circostante, ovvero input e informazioni provenienti dalla realtà esterna
  • modelli, formalismi, teorie e contenuti che di vengono dai percorsi formativi che scegliamo
  • strumenti di comunicazione e modi che regolano lo scambio delle informazioni

In fin dei conti il nostro apprendimento è un processo dinamico, che segue percorsi non lineari e non sequenziali e dipende tanto dalla nostra iniziativa e dalla nostra motivazione interna. Apprendere è cambiare!

In conclusione

Prima che le idee si trasformino in azioni è la consapevolezza del cambiamento come opportunità sempre presente nelle nostre vite che può infonderci un senso di positività, di possibilità. Le 4 chiavi per il cambiamento non ci spingono sempre e comunque a cercare di trasformarci ed essere iperattivi, tuttavia in molte situazioni la tensione allo “status quo” produce una sorta di artrosi mentale che ci limita fortemente e a volte ci imprigiona. Proprio allora dobbiamo essere nuovamente ispirati e tornare a vedere il mondo con occhi diversi, cogliendo nuovi significati e relazioni fra le cose, per riprendere a cambiare davvero. Così si può esprimere il valore e l’utilità di ciascuno delle 4 chiavi per il cambiamento personale.

Visione, innovazione, potenzialità e apprendimento sono gli ingredienti necessari alla nostra personale ricetta per cambiare!

 

 

 

Okness o non Okness? Questo è il dilemma

Cosa intendiamo per Okness

L’Okness è un concetto che descrive una posizione esistenziale positiva nella vita. Scopriamo insieme come sentirsi OK!

Ci riferiamo ad un nostro atteggiamento di fondo per il quale attribuiamo la stessa importanza ai bisogni che abbiamoed a quelli degli altri, attivando un dialogo che ricerca la parte migliore e quindi “OK” del nostro interlocutore. Noi siamo pronti a riconoscere che questa Okness è in noi come negli altri, valorizzandola. Possono esserci comportamenti che creano un problema relazionale, tra noi e gli altri, tuttavia nell’espressione della nostra persona e dei nostri bisognisiamo tutti OK.Cerchiamo di comprendere quali posizioni esistenziali sono sottostanti al concetto di essere o meno OK attraverso un esempio.

Cammino per strada e scorgo fra la gente un’amica di vecchia data che non vedo da molti anni. Contenta di poterla salutare, con l’intenzione di scambiare due chiacchiere con lei, sapere come sta, parlarle un po’ di me, cerco il suo sguardo e mi oriento nella sua direzione. Lei per un attimo sembra scorgermi. Poi abbassa gli occhi e rivolge la parola all’uomo che le sta accanto cominciando una fitta conversazione e spingendolo verso il bordo strada per evitare di passarmi vicino. Non ho commesso torti a suo danno, che ricordi, e i nostri rapporti sono sempre stati ottimi e schietti, ci siamo semplicemente perse di vista per i fatti della vita. Proseguo a camminare cercando di immaginare una possibile ragione, il motivo di quel distanziamento, e a chiedermi che cosa possa essere successo tra di noi …

Ci sono diversi atteggiamenti intimi e differenti reazioni a seguito di un episodio come questo, che fa parte delle esperienze comuni. Possiamo ricondurli a quattro principali.

  1. Posso sentirmi offesa e in difetto, mi convinco di essere io la causa, di non essere importante per lei e di essere una persona poco piacevole e dunque da evitare. Provo anche imbarazzo e disagio nonostante nessun altro si sia accorto dell’accaduto.
  2. Oppure posso provare una forte irritazione, addirittura rabbia, e attribuire alla mia amica insensibilità o presunzione, arroganza o un atteggiamento sprezzante, mi ritengo superiore a lei, nonché la sola capace di una vera amicizia. Concludo pensando che sia “meglio perderla che trovarla”.
  3. Un’altra eventualità è rifugiarmi nell’idea che sì, sono una persona mediocre che non merita poi tanta considerazione, ma che in fondo tutti gli esseri umani sono insensibili ed egoisti e che il mondo è un brutto posto in cui non c’è spazio per i buoni sentimenti.
  4. Il quarto fra gli atteggiamenti possibili è pensare che vada bene così: siamo entrambe delle belle persone ma il tempo e la vita ci hanno allontanate e lei avrà avuto delle valide ragioni per evitare il nostro incontro. Prendo anche in considerazione che potrebbe non avermi vista, oppure non avermi riconosciuta.

La stessa esperienza, dunque, viene vissuta in modo differente e interpretata con codice diverso a seconda della percezione che si ha di se stessi o degli altri. In questo senso il proprio modo di stare al mondo è definito dall’Analisi Transazionale – teoria psicologica sviluppatasi nella seconda metà del Novecento – Okness, ovvero Io sono OK e Tu sei OK.

Il senso di Okness e le posizioni esistenziali in Analisi Transazionale

L’Analisi Transazionale è una teoria della personalità, della comunicazione e della psicopatologia fondata dallo psichiatra statunitense Eric Berne tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta del Novecento. Da allora fino ad oggi si è espansa a livello internazionale, arricchita di numerosi studi, della pratica clinica, di quella del counseling e delle applicazioni in ambito organizzativo aziendale. Essa si avvale, per volontà del fondatore, di un linguaggio semplice che attinge al lessico familiare, quotidiano, e una delle parole di questo codice è forse l’espressione più popolare e comune nella nostra civiltà globalizzata, l’idea di Okness.

Ognuno è dotato di valore e dignità in quanto individuo, pertanto accetto ciò che tu sei anche se posso non accettare ciò che tu fai. La nostra essenza di essere umano è OK. Una percezione di sé positiva, costruttiva e adeguata al contesto, che pur tenendo conto di limiti e fragilità, dà valore alla propria vita e a quella degli altri, considera fertili le relazioni e agisce comportamenti efficaci e produttivi nel senso più lato. Include la capacità di sperimentate nuove opzioni ed esperienze ragionevolmente possibili.

Le posizioni esistenziali, in relazione al senso di Okness, e facendo riferimento alle diverse possibilità di vissuto dell’esempio precedente, sono riconducibili a 4:

  1. Io non sono OK – Tu sei OK (posizione vittimistica e passiva in cui si dà poco o niente valore a sé stessi e ci si sente inferiori o inadeguati);
  2. Io sono OK – Tu non sei OK (posizione tendenzialmente aggressiva in cui si attribuiscono all’altro tutte le responsabilità finendo con svalutarlo, denigrarlo o aggredirlo);
  3. Io non sono OK – Tu non sei OK (posizione nella quale c’è una mancanza di fiducia e di speranza verso sé, gli altri o la vita stessa);
  4. Io sono OK – Tu sei OK (posizione di benessere emotivo e di fiducia nel mondo, in sé stessi, nei rapporti umani).

Quest’ultima posizione esistenziale è quella che scaturisce dall’avere una solida autostima, slancio vitale, senso di appartenenza alla comunità umana, considerata positivamente come spazio di espressione libera e di relazione.

Sviluppare consapevolezza per le posizioni esistenziali

Secondo l’Analisi Transazionale la consapevolezza della propria posizione esistenziale consente di comunicare e creare rapporti in modo costruttivo socialmente, e in modo arricchente per sé stessi. Conoscere le posizioni esistenziali consente di scoprirsi capaci di affrontare cambiamenti e di superare difficoltà, senza perdere fiducia in sé e speranza nel futuro.

Ognuno di noi ovviamente, nel corso della vita, può sperimentare ognuna delle 4 posizioni esistenziali ma di solito è una in particolare a prevalere sulle altre, a seconda della natura, del temperamento e soprattutto delle esperienze infantili e dei rapporti coi genitori o con le figure educative durante il ciclo di sviluppo.

La posizione esistenziale “preferita” (della quale non siamo consapevoli prima di un lavoro introspettivo adeguato) influisce sulle esperienze e sul modo di affrontare le situazioni difficili e le avversità.

Secondo l’Analisi Transazionale di Berne, tuttavia è sempre possibile, attraverso un percorso di auto-conoscenza, mutare la propria posizione esistenziale in direzione di un benessere emotivo, fisico e relazionale. Diventare amici di sé stessi e andare incontro a sé prima che alle vecchie conoscenze … come nell’esempio che abbiamo sopra descritto. Ecco allora che possiamo arrivare a dire a noi stessi: Io sono Ok e anche gli altri lo sono!

Per dirla con le parole di Eric Berne “Si ottiene ciò per cui si dimostra apprezzamento”.

Rossella Maiore Tamponi – Paolo Lorenzo Salvi

coaching e processo di empowerment

Empowerment e Coaching

L’Empowerment è un processo di crescita dell’individuo basato sull’aumento della stima di sé, dell’autoefficacia e dell’autodeterminazione per far emergere risorse non espresse e portare la persona ad appropriarsi consapevolmente del suo potenziale.

Questo processo può portare ad un cambiamento della percezione dei propri limiti in vista del raggiungimento di obiettivi personali. Empowerment significa aumentare il potere personale interiore ed aumentare le capacità, tuttavia per raggiungere dei risultati ottimali, è necessario applicarsi nel quotidiano. Il potere di una persona, insieme alle sue capacità e potenzialità, sono gli elementi essenziali per determinare la possibilità che si possa migliorare il carattere e rinforzarlo.

Il mio approccio al Coaching Narrativo (con competenza di Analisi Transazionale) favorisce il processo dell’Empowerment, dando supporto alla persona per raggiungere un maggior controllo sulla propria vita, aumentare il proprio senso di autoefficacia e la capacità di crearsi rappresentazioni mentali positive della situazione attuale e desiderata.

Durante il percorso di Coaching lavoro come professionista per individuare le risorse necessarie al fine di far raggiungere i propri obiettivi di vita e scegliamo insieme un piano di azione. Le azioni svolte per esercitare il controllo avvengono attraverso la partecipazione attiva del Coachee (chi segue un percorso di Coaching), grazie al sostegno offerto, per acquisire la consapevolezza delle proprie risorse esterne e interne e per poter mettere in atto il cambiamento desiderato.

Si possono così superare momenti di stallo nella vita personale o lavorativa, inerzia decisionale, tendenza a procrastinare, adattamento eccessivo e passivo alle situazioni, ovvero si supera il vissuto di una situazione di impotenza appresa. Con essa intendiamo lo stato di chi considera inutile adottare comportamenti che possano risolvere la situazione fonte di stress, ovvero:

  • Sentirsi in “scacco” (stallo completo e peso del giudizio degli altri)
  • Sfiduciato (non crede più in sé stesso, frustrazione e rinuncia a ai propri obiettivi)
  • Senza prospettive future (non saper che cosa fare del proprio futuro)
  • Vittima di eventi incontrollabili (i comportamenti giudicanti degli altri, le situazioni che vi bloccano, ecc.)

disempowerment

Ecco che a fronte di questi elementi entriamo in una fase di disempowerment, che accade quando la persona di fronte a un problema si demotiva, provando sentimento di inadeguatezza, di essere carente in qualcosa, il sentimento di chi non si sente più “in grado di”, con riferimento alle proprie aspettative di prestazione o di autorealizzazione.

Viene così a mancare la nostra capacità autonoma di cambiamento, l’espressione delle nostre abilità di problem solving e presa di decisioni per raggiungere i traguardi e gli obiettivi a cui teniamo. Si genera una insoddisfazione che mina la nostra autostima, ci fa sentire inefficaci, lasciandoci addosso quella sensazione di impotenza e una forte disillusione sul futuro.

L’Empowerment è la possibilità che tutti noi abbiamo di attivare un processo di rovesciamento della percezione dei nostri limiti, in vista del raggiungimento di risultati a volte sorprendenti e superiori alle proprie aspettative.Si può così raggiungere uno stato di speranza appresa, ovvero data dal fatto che il Coachee adesso dispone di:

  • Locus of Control interno (cambiare la situazione dipende da noi)
  • Motivazione all’azione (fare cose che ci coinvolgono e ci appassionano)
  • Percezione di competenza (soft skills allenate)
  • Percezione di autoefficacia (fiducia in sé stesso e capacità di affrontare la situazione)

Il processo di Empowerment ci porta infine ad acquisire maggiore controllo sulla nostra vita, avere più capacità di influenzare le nostre decisioni, ottenere le risorse che ci premettono di muoverci verso la nostra autorealizzazione e la consapevolezza di saper esprimere le nostre potenzialità. Il Coachee percepisce la possibilità di influenzare i risultati, riconosce la sua motivazione all’azione e rivaluta la propria considerazione di sé.ciclo di empowerment

Il Coaching mi ha insegnato che ogni Coachee è visto come una persona creativa e piena di risorse a cui il Coach offre il suo supporto professionale per modificare fattivamente parti di sé stesso partendo dal presente. Ha una sua tangibile concretezza basata sul prendere atto della situazione attuale e sull’agire per cambiarla che lo rende, probabilmente, così efficace.

Volutamente il coaching tralascia le cause del passato per concentrarsi con fiducia su ciò che la persona oggi può fare per eliminare zavorre inutili, migliorando così la sua qualità di vita. Inoltre, in qualità di Coach è mio compito far sì che il Coachee diventi capace di servirsi autonomamente degli strumenti appresi favorendo e sviluppando un senso di completezza, in modo da diventare auto-referenziato acquisendo completa gestione di sé.

Quello che ci possiamo portare a casa grazie ad un percorso di Coaching, rispetto all’obiettivo concordato, si esprime così in termini di Empowerment nella forma di un permesso che ci consente di “sentire di avere potere” e di “essere in grado di fare e di cambiare“.

Paolo Lorenzo Salvi

Il coaching alla resilienza

La resilienza come concetto e come capacità

Il Coaching alla resilienza allena la nostra capacità di rimanere adattivi quando siamo sotto pressione, per poterci riassestare nella nuova situazione.

  • In fisica la resilienza è la capacità di un materiale di resistere a un urto improvviso senza spezzarsi e deformarsi, ovvero la resistenza che un materiale offre alle azioni dinamiche esprimendo elasticità.
  • In biologia la resilienza è la capacità di auto-ripararsi dopo un danno. In ecologia tanto più un ecosistema è dotato di variabilità dei fattori ambientali, tanto più le specie che vi appartengono sono dotate di un’alta resilienza.

La resilienza dovrebbe essere ricompresa nelle Life Skills che l’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS), ha riconosciuto come “competenze psicosociali” per la vita. Infatti, per ognuno di noi è fondamentale la capacità di riprendersi velocemente e senza conseguenze da eventi e circostanze negativi, ovvero la capacità di superare indenni le avversità e le ferite che la vita quotidiana ed alcuni eventi significativi ci riservano.

In un contesto lavorativo, la resilienza personale è la capacità di far fronte a problemi e sfide affrontati nella pratica del lavoro. Se si procrastina e non si affrontano i temi caldi e più impegnativi per noi, questi possono accumularsi sino al punto in cui non possiamo più affrontarli in modo funzionale. Ognuno di noi affronta la pressione negativa (stress) in modo diverso. Per alcuni, i problemi sono visti come una terribile sfida, mentre per altri la stessa situazione è semplicemente impegnativa. Ciò è dovuto a diversi fattori che adesso vediamo brevemente e per i quali sono stato ispirato dall’ottimo lavoro di Carole Pemberton sulla resilienza.

3 fattori che influenzano la resilienza

Tratti di personalità. Questa teoria ritiene che la personalità non sia nient’altro che la somma dei tratti del carattere di un individuo e che queste caratteristiche siano in grado di spiegare il comportamento osservato nelle persone. Ci sono persone che  sembrano  in grado di affrontare qualsiasi difficoltà e cadere sempre in piedi. Potrebbero essere “geneticamente benedetti”, ma anche coloro che sostengono il ruolo della genetica nella resilienza riconoscono che essa gioca solo una parte. Gli studi ci dicono che come siamo può essere spiegato in parte da fattori ereditari. La genetica influenza solo in parte il nostro comportamento.

Protezione e attaccamento sicuro. La possibilità di avere un attaccamento sicuro sin dall’infanzia, fornisce al bambino una “base sicura”. Questo concetto è stato elaborato da Bowlby sul finire degli anni ’60 e si riferisce ad un ambiente caratterizzato dalla figura materna, che permette al bambino di sentirsi pienamente protetto ed accettato. Così impariamo che quando siamo ansiosi, preoccupati o sconvolti possiamo essere rassicurati. Il bambino si sente sostenuto e questo gli permette di esplorare il mondo circostante senza timore. Nel corso del tempo sviluppiamo questa capacità per noi stessi, in modo che quando usciamo da soli nella realtà, abbiamo interiorizzato di poter gestire le difficoltà.

 Apprendimento dalle difficoltà. Molti ricercatori hanno inteso la resilienza come una capacità che si sviluppa nel tempo in relazione all’apprendimento. Piuttosto che stabilire a priori dei livelli di resilienza, c’è un continuum tra resilienza e vulnerabilità lungo il quale ci muoviamo costantemente.

Pertanto la resilienza si sviluppa lungo un processo che la considera come un elemento che viene in gran parte appreso incontrando fattori di stress e ottenendo fiducia, autostima e competenza nell’affrontare le sfide e le avversità. In questo approccio, la resilienza cresce nell’arco della nostra vita e non è una qualità speciale disponibile per pochi.

Carenza di resilienza

Talvolta la resilienza è fraintesa come la capacità di essere corazzati contro le difficoltà. Avere sempre avuto successo può significare che coloro che riconosciamo “talentuosi” sono a volte i meno preparati per affrontare le deviazioni da ciò che si aspettano. La persona che si è sempre posizionata nella casella alto potenziale/alte prestazioni della griglia del talento può essere la meno attrezzata per affrontare difficoltà impreviste. È come se sciando fossimo finiti in un tratto di fuoripista e non siamo mai stati abituati ed allenati ad affrontare quel terreno e quelle virate impreviste.

Ecco allora cosa succede se abbiamo una carenza di resilienza:

  • Perdita di fiducia in sé stessi.
  • Difficoltà nel prendere decisioni e senso di incertezza e frustrazione.
  • Creatività ridotta, non siamo più capaci di generare alternative, vedere opzioni e valutarle per scegliere strategie di azione.
  • Difficoltà nel gestire le proprie emozioni e quindi amplificazione dei nostri stati d’animo.
  • Desiderio ridotto di contatto sociale, come se vedessimo minacce nella relazione con gli altri al nostro precario equilibrio. Il desiderio di ritirarci in noi stessi aumenta il disagio.

Il coaching alla resilienza

Vedere la resilienza come una capacità appresa dall’esperienza non ci protegge dall’essere destabilizzati. Questo significa che dobbiamo imparare a gestire la reazione allo stress, in modo che sia di breve durata.  Significa anche che ognuno di noi può continuare a funzionare in molte aree della vita, ma patisce un’area specifica incontrando una difficoltà particolare legata ad essa.

Ecco che il coaching alla resilienza porta a centrare il focus su ciò che determina la carenza di resilienza rispetto ad altre condizioni legate allo stress che invece sappiamo gestire. Una persona potrebbe aver perso la resilienza riguardo a un aspetto specifico ed essere psicologicamente a posto e continuare ad avere comportamenti funzionali in altri ambiti.

Tale stress può derivare da un evento unico, come una battuta d’arresto della carriera o la fine di una relazione. Può anche venire dall’essere esposto a richieste incessanti per un periodo di tempo. Sempre più spesso ci viene chiesto di fare di più, più velocemente, con meno risorse e con  scadenze assillanti.

Il coaching sulla resilienza si concentra su quali aspetti della tua resilienza sono stati influenzati e resi carenti rispetto ai 3 fattori che abbiamo considerato prima e sulla costruzione della capacità. Come un allenatore personale il mio lavoro come Coach consiste nel rafforzare la capacità di rimanere flessibile nei pensieri, nei comportamenti e nelle emozioni quando si è in carenza di resilienza per uno specifico stress. Il coaching sulla resilienza ci sostiene e ci aiuta a:

  • Capire cos’è la resilienza in pratica e in che modo possiamo valorizzarla come la nostra personale combinazione di genetica, disponibilità di fattori protettivi e apprendimento.
  • Esprimere la nostra identità narrativa, come variabile chiave della resilienza di fronte ad una difficoltà significativa della vita, al fine di migliorare la propria narrazione.
  • Imparare a proteggerci per il futuro, ponendo il focus sulla costruzione della protezione attraverso strategie di azione e feedback, oltre che sul rafforzamento di capacità interne.

La vita è per il 10% cosa ti accade e per il 90% come reagisci. (Charles R. Swindoll)

I nostri Eroi al tempo del Coronavirus

Nello storytelling teorizzato da J. Campbell, l’Eroe è il protagonista di una storia, chiamato dagli eventi all’Avventura, affronta il superamento di varie Prove per giungere ad una Ricompensa oppure una Saggezza finale (Elisir). Riluttante o meno che sia, state pur certi che nel corso della storia lo vedremo trasformarsi in un essere eccezionale, capace di dispiegare abilità e poteri impensati, anche con l’aiuto di Aiutanti (più o meno Magici).

Partiamo dal presupposto che nella vita reale tutti possono essere degli Eroi, ovvero siamo degli Eroi in potenza. Nella difficile situazione che stiamo vivendo in seguito allo scoppio della pandemia da Covid-19,  sono emerse delle figure “eroiche” (anche se i diretti interessati rifiutano questa interpretazione del loro ruolo e della loro persona e ritengono semplicemente di fare il loro lavoro). Si tratta del personale sanitario, medici e infermieri, ricercatori, OSS, cui si aggiungono volontari, addetti alle pulizie di ospedali, luoghi e mezzi pubblici, gli addetti alle vendite alimentari.

Che cosa caratterizza l’eroismo che noi attribuiamo a queste persone? Consideriamo 4 aspetti principali:

  1. Senso del dovere: hanno principi guida e valori che sono legati al servizio agli altri, alla cura, al benessere del prossimo (materiale e morale).
  2. Responsabilità: sono chiamati a dare delle risposte (etimologicamente il “responsum”), a non scansare le difficoltà e quindi trovarsi pronti in prima linea, a farsi carico della situazione.
  3. Impegno: hanno una forte motivazione interna, sono portati a dare il massimo perché l’energia proviene da loro stessi, vogliono fortemente dare un contributo alla causa.
  4. Fare la cosa giusta: si trovano quotidianamente a fare scelte e prendono piccole e grandi decisioni. Alcuni di loro affrontano piccoli o grandi dilemmi etici per la salute delle persone.

Nel nostro paese queste figure professionali sono spesso impiegate con contratti di lavoro precari, sottopagate e lavorano in condizioni non ottimali.  Sono coloro le cui professioni li mettono maggiormente a rischio contagio ed il cui lavoro garantisce la nostra sopravvivenza, come individui e come paese. Hanno accettato la Chiamata all’Avventura. La Posta in gioco è la loro vita e la nostra.  Si trovano di fronte il Nemico, l’Antagonista, il Virus. È un Nemico che non si vede, che non ha volto, inoltre non si sa esattamente chi e quali siano i suoi Ausiliari (fattori climatici? inquinamento? patologie pregresse nei soggetti? età avanzata?).

Gli Eroi ai tempi del Coronavirus sono scesi in campo con gli Aiutanti Magici che hanno a disposizione: mascherine, guanti, disinfettanti. Si scontrano con il Virus a colpi di spruzzino, di radiografie ai polmoni, di maschere per l’ossigeno, siringhe, respiratori. E soprattutto sono scesi in campo con le loro risorse personali, intellettuali ed emotive. Dando fondo a tutte le conoscenze apprese in anni di formazione e attività professionale. Fanno ricorso al loro strumento magico più importante, l’Intuito, che potrebbe condurli, con l’ausilio della sperimentazione, all’Elisir: la cura e il vaccino.

È un Viaggio che presenta molteplici battaglie (Prove): la lotta per la vita di ogni paziente, la lotta per ottenere i presidi e gli strumenti necessari, la lotta per approntare in tempi brevi nuovi ospedali, posti letto, per farci avere ogni giorno il cibo e le risorse necessarie per andare avanti, ecc. Se la cura e il vaccino rappresentano l’Elisir fisico, che si può vedere e toccare con mano, quale sarà l’Elisir intangibile? Quale Ricompensa l’Eroe porterà con sé alla fine del Viaggio?

Non possiamo fornire una risposta unica a questa domanda. Ogni Eroe compie il suo Viaggio, affronta l’ignoto e l’Avventura e torna alla vita quotidiana cambiato per sempre. È giunto in un Mondo Nuovo che prima non conosceva, si è confrontato con il nemico e le sue forze. Ha lottato e portato il suo contributo alla “guerra”, come molti han chiamato la Pandemia. Si è battuto per un mondo migliore e per trovare la sua Saggezza personale.

In fondo questo riguarda tutti noi, ognuno in modo diverso, quando siamo stati chiamati volenti o nolenti all’Avventura. Tutti noi dobbiamo compiere il Viaggio, pertanto ci spetta dare un senso alle Prove che stiamo affrontando, per giungere infine, in questa personale epopea della Pandemia, alla nostra risposta individuale. Ai tempi del Coronavirus ognuno di noi deve trovare il proprio Elisir.

Paolo Lorenzo Salvi & Sabrina Dimartino

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