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Come avere buone idee per la vita e per il lavoro

Avere buone idee vuol dire disporre del carburante per la riflessione e per l’azione: sono la nostra risorsa cognitiva con cui affrontare il futuro. Le idee alimentano il nostro flusso di coscienza e ci permettono di elaborare le strategie e sviluppare il problem solving. Cosa rende una idea buona? In primis la sua efficacia rispetto ai nostri obiettivi.

Siamo disposti a riconoscere una buona idea e la rappresentiamo come una sorta di “illuminazione”, si accende la lampadina e la luce arriva dove prima non c’era possibilità di vedere soluzioni od opportunità. In realtà non scatta tutto con il famigerato “eureka” che attiva il cervello e ci porta il pensiero giusto. Le idee covano, maturano dentro noi e dopo una sorta di “gestazione” prendono forma e vengono espresse. Possiamo fare qualcosa per rendere questo percorso interno più consapevole.

La natura del pensiero è generativa, collegata al suo flusso, ovvero non siamo esattamente in grado di prevedere il corso dei nostri pensieri e cosa diremo (quindi penseremo) tra qualche minuto. Possiamo comunque allenare il nostro processo di pensiero per orientare questa capacità generativa in modo positivo e utile per noi, arrivando alle “buone idee”.

Propongo alcuni atteggiamenti (disposizioni personali) che possono aiutarci ad esprimere buone idee: ovvero consideriamoci come un terreno più fertile ed irrigato e le piantine attecchiranno e cresceranno. Ritengo questi approcci semplicemente un “humus” fertile per le buone idee e quindi una sorta di laboratorio personale di allenamento.

Accoglienza

Una buona idea arriva se siamo pronti ad accogliere le nuove idee, su questo occorre essere netti. Se restiamo nella nostra “zona di comfort” non ci possiamo confrontare con qualcosa che metta in discussione la nostra illusione di stabilità e controllo degli eventi. Accogliere il nuovo significa portarci qualche passo oltre le nostre routine di pensiero e accogliere un cambiamento, un nuovo punto di vista, un modo diverso di fare le cose. Ci diamo il permesso di apprendere senza l’ansia dell’errore. Le idee arriveranno.

Apertura

Allargare lo sguardo, cercare l’insieme, muoversi fra i suoi elementi, vedere cose che che prima non si notavano. Se posso accogliere una nuova idea posso anche indirizzare in modo diverso il mio pensiero, prestare attenzione a cose che prima sfuggivano. Collego all’apertura la curiosità, l’esplorazione, il percepirci come persone in relazione e scambio con gli altri. Nella mia personale ricerca delle buone idee, questa disposizione mi ha aiutato molto ad avere una visione più ampia e cogliere spunti molto diversi.

Associazione

Rielaborazione, nuovi collegamenti tra concetti, trasformazione, ecc. non si pensa in modo completamente autonomo dal pensiero intorno a noi, qualcosa ci influenza sempre. Associare i concetti in modo diverso è una grande opportunità per arrivare a nuove idee che possono rivelarsi buone. E’ un processo creativo fondamentale per le persone. L’analogia, ovvero il trovare elementi simili dentro cose diverse fra loro e metterli in relazione, è parte una parte essenziale del processo. Quando possiamo associare… ci diamo l’opportunità di scoprire.

Rottura, sfida

Oltre la “zona di comfort” non ci sono mari solo tranquilli. Una buona idea ci richiede di rischiare un po’, rompere qualche schema, incrinare qualche consuetudine. Arare un terreno in fondo vuol dire “romperlo con il vomere” per poter poi piantare un seme dove potrà nutrirsi e crescere. Le buone idee possono richiedere qualche sfida ed il mettersi in gioco, perché “le barche nel porto sono al sicuro, ma non per questo sono state costruite“ (William Shed).

Immaginazione

Il livello immaginativo dell’esperienza è potente per attivare la parte creativa. Possiamo vedere l’applicazione delle idee pensate, immaginare le situazioni dove esprimerle, configurare lo scenario per le nostre valutazioni sulla loro bontà. Ci prepariamo alla verifica delle idee, simuliamo il loro corso e riflettiamo sui possibili esiti. Possiamo collegare così il livello cognitivo, immaginativo e quello emotivo e disporre di un nostro personale navigatore interno per la destinazione “buone idee”.

Profondità

La profondità di una buona idea la metto in relazione alla sua capacità di essere un valore aggiunto specifico per una determinata esigenza \ problema. Le buone idee hanno in sé un contenuto di risoluzione, di progresso rispetto alla situazione attuale.  C’è un bisogno od un desiderio che la buona idea ci aiuta a soddisfare o realizzare, con una profondità dedicata a quel nostro benessere particolare e ricercato. Per questo una buona idea può funzionare e noi lo percepiamo rapidamente.

Rappresentazione

Le buone idee sono frutto di buone rappresentazioni… La matita, cui accennava il maestro Ettore Scola nell’intervista a Fabio Fazio del 2013, come oggetto per lui fondamentale. Con un lapis in mano ed il mio fidato blocco, quante idee ho tirato giù, abbozzato, elaborato, messo a punto per il mio lavoro. Potete disegnarle, scriverle, schematizzarle, colorarle, farne mind-map, diagrammi, mandala… insomma pasticciate, cancellate, ridisegnate, riprovate.. create. Le buone idee ci sono già.

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“Surfare” il cambiamento nel Business con il coaching organizzativo

Il cambiamento non è una opzione ma una soluzione in continuo divenire. Ecco 4 chiavi di lettura per gestirlo al meglio con il supporto del coaching organizzativo. Competere nel Business richiede oggi approcci integrati e visione sistemica: surfare fra le onde del cambiamento ci porta a viverlo da protagonisti piuttosto che subirlo.

Run faster and think better

Ripenso al tema del “buon uso della lentezza” e del suo spazio necessario, alla dimensione dell’ozio creativo per dirla con le parole di Domenico De Masi. Aspetti fondamentali. Per questo trovo utile ricercare un modo per esprimere la dialettica tra lentezza e velocità, anche in modo “filosofico” e concettuale. Mi aiuta, come Coach, pensare all’approccio dello Yin e dello Yang.

La velocità (lo yang) oggi è imprescindibile per “stare nel business”: nei mari agitati occorre saper nuotare meglio e non si può aspettare che le acque si plachino: il rischio è di affogare!

Pensiamo al nostro lavoro. La velocità di risposta alle esigenze del proprio contesto aziendale, alle richieste dei capi e dei colleghi, ai bisogni dei clienti, alla risoluzione dei problemi, alla circolazione delle informazioni. La velocità è propria del mondo connesso e globale, dove il tempo presente è il tempo che conta per esprimere la prestazione che fa la differenza. Poi cerchiamo il tempo per costruire con più ponderatezza (lentezza) il futuro, la vision.

Nel Coaching sviluppiamo la riflessione (lo yin) ed il “re-energize”, diamo spazio dell’ascolto e alla consapevolezza, ci prepariamo a riaprire la porta del mondo… un mondo che va veloce. Come un buon allenatore, il Coach aiuta il Coachee e l’Organizzazione a gestire e valorizzare questi continui “stop and go” dai quali siamo sfidati nel contesto di lavoro. Possiamo gestire al meglio le accelerazioni e l’efficienza, possiamo rendere strategico il pensiero più lento, ritrovare la nostra via dell’efficacia.

Ma una volta sul campo, il cambiamento richiede velocità e ritmo. Run faster and think better: corri più veloce e pensa meglio e come nel calcio, potrai vincere la partita. Tutto parte, come sempre, dalle persone.

Conversations are the rules

Coinvolgimento, collaborazione e co-creazione, sono le 3C a cui mi riferisco spesso quando mi occupo di sviluppo organizzativo. Prima di tutto tornano alla ribalta gli aspetti essenziali della comunicazione: ascoltare e dare feedback.

Quasi tutti i ruoli lavorativi hanno ormai una dimensione relazionale rilevante, dove si ascolta l’altro, si danno e si ricevono feedback, si scambiamo contenuti, si crea dialogo. I punti di vista diversi sono fondamentali per generare un valore aggiunto in ogni scambio comunicativo, specie in ambito lavorativoConversazioni a 360° nello spirito del Cluetrain Manifesto, fra colleghi, fra reparti e settori aziendali, con fornitori e clienti, con interlocutori aziendali a vario titolo.

“We’re not in the business of keeping the media companies alive. We’re in the business of connecting with consumers.” Trevor Edwards

Le conversazioni che si basano su ascolto reciproco e scambio, generano opportunità! Il Coaching organizzativo, dal mio punto di vista, stimola nei ruoli le “soft skills” fondamentali per la conversazione: assertività, ascolto empatico e storytelling.

Inside-out the customer’s role

Per molte persone che lavorano in azienda, il cliente finale può non esistere. Il loro contributo lavorativo non arriva direttamente a lui, bensì confluisce in un processo di lavoro che si innesta in altri processi di lavoro, uno dei quali alla fine porterà il prodotto\servizio al cliente ultimo. Ognuno di noi, come cliente, vuole all’essenza poche cose:

  • essere “curato” per avere la giusta attenzione e considerazione;
  • ricevere un valore aggiunto superiore al sacrificio economico (non solo economico) che sta effettuando;
  • veder soddisfatte le sue esigenze e\o risolti i problemi che sentiva propri;
  • la personalizzazione ove possibile: abbiamo un codice fiscale univoco, vogliamo sentirci clienti univoci!

I clienti sono “inside-out”, dentro e fuori le imprese. Il coaching organizzativo ci aiuta a ripensare questa fondamentale rete di rapporti di valore. Nel nostro lavoro siamo clienti di alcuni ruoli, in quanto destinatari di input/indicazioni/risorse/direttive/informazioni/supporto e fornitori di altri. E’ così che si arriva al cliente finale, quando ogni persona che lavora in azienda vede con chiarezza la rete di rapporti cliente-fornitore interni che lo riguardano e si impegna per gestirli al meglio.

Il coaching organizzativo che svolgo si appoggia molto alla dimensione del team coaching, per sviluppare nelle persone che lavorano questa consapevolezza e responsabilità: inside-out the customers’ role.

Value is in the flow

Il valore che i clienti percepiscono, che ci fa apprezzare come lavoratori e come impresa, non viene dagli organigrammi aziendali. Il valore si genera nel flusso delle attività, nei processi di lavoro che sono interconnessi, i quali producono, elaborano, trasformano gli input in output, aggiungendo ad ogni passaggio. L’Organizzazione del Lavoro è un flusso di processi che partono dall’esterno (i fornitori di beni, servizi e lavori), attraversano le funzioni aziendali e arrivano al cliente finale aggiungendo valore ad ogni passaggio: customer care, esigenze\problemi risolti, valore percepito rispetto alle attese, personalizzazione.

Il coaching organizzativo è un coaching di valore, proprio perché ci aiuta a “vedere” l’organizzazione reale, quella che collega persone, competenze e processi aziendali. C’è un potenziale organizzativo da esprimere nel ripensare a come si lavora insieme, a come ridefinire i flussi di lavoro, quali “soft skills” sviluppare che generino valore e diventino talento.

Per concludere torno al livello immaginativo: “surfare” è uno scorrere leggero ma efficace, richiede dinamismo ed equilibrio per vivere il cambiamento e scegliere quali traiettorie e quali modalità praticare nel nostro lavoro e nel business. Le onde arrivano,… prepariamo la tavola!

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