Le parole e il loro significato per il Coaching

Ikigai-Coaching-Narrativo-Vita

Ikigai: perchè ci alziamo dal letto la mattina…

Arriva dal Giappone il concetto filosofico-esistenziale dell’Ikigai, con un approccio olistico che che inizia a farsi strada anche nel nostro pensiero occidentale. L’espressione è traducibile in linea di massima come “ragion di vita”, “ragion d’essere”, qualcosa capace di darci l’energia e la voglia necessarie per alzarci dal letto ogni mattina. Ecco, quest’ultimo è il significato con cui il termine è specificamente inteso nell’isola di Okinawa.

Tutti possiedono l’Ikigai, ma identificarlo richiede una ricerca interiore, talvolta lunga e difficile, ma che conduce ad un senso di profondo appagamento. É utile sottolineare come l’accezione originale giapponese di questo concetto non contiene particolari riferimenti al lavoro inteso come carriera, né alla produttività o al guadagno economico.

A tal proposito una ricerca del 2010 condotta su un campione di 2.000 uomini e donne giapponesi ha mostrato come solo il 31% identificasse il proprio Ikigai col lavoro.

L’Ikigai può essere certamente il proprio lavoro, ma anche un hobby, una passione oppure una nostra inclinazione particolare. I comportamenti e gli atteggiamenti ad esso collegati sono spontanei, dipendono dai nostri desideri e da ciò che potrebbe rendere migliore la nostra vita. In Occidente il concetto di Ikigai viene illustrato e interpretato per mezzo di un diagramma di Venn basato su quattro aspetti fondamentali:

  1. Ciò che amiamo fare.
  2. Ciò che sappiamo fare.
  3. Ciò per cui siamo o potremmo essere pagati.
  4. Ciò di cui la società ha bisogno.

Igikai-Passione-Missione-Professione-Vocazione

Come mostrano le intersezioni, l’Ikigai è come una molecola vitale con una particolare composizione per ognuno di noi, che riguarda:

  • Passione: ciò che amiamo fare e per il quale possediamo una certa abilità.
  • Professione: ciò che sappiamo fare bene al punto da essere pagati per farlo.
  • Missione: diventa tale una nostra abilità che abbia utilità per gli altri.
  • Gratificazione (Vocazione): è tale l’attività che, risultando utile agli altri, viene apprezzata (remunerata).

L’accento posto sulla remunerazione economica è un’interpretazione per lo più occidentale e risente dell’influenza del pensiero capitalista e di un approccio utilitaristico, assente nell’originale concetto giapponese. Per questo motivo, potrebbe essere più consono riferirsi a ciò che possiamo farci riconoscere in relazione a quanto di utile facciamo nei contesti lavorativi e sociali e che ci fa guadagnare l’apprezzamento degli altri in termini di gratificazione.

Affinché l’Ikigai acquisti senso e spessore, occorre da parte nostra che sia messo in azione. È importante comprendere come e perché l’impegno nel ricercarlo faccia la differenza nella vita delle persone. Anche l’approccio del Coaching, che richiede consapevolezza, responsabilità, definizione di uno stato desiderato da raggiungere e messa in atto di un corso di azioni adattabile, è sinergico al raggiungimento del nostro Ikigai.

Ikigai-card

Il punto cruciale riguarda il significato che le persone attribuiscono alle cose che fanno ed alle proprie attività. Infatti l’Ikigai può subire variazioni col trascorrere del tempo e con l’età. Questo è particolarmente vero per coloro i quali hanno identificato nel lavoro la propria ragion d’essere e raggiungono la soglia della pensione o si trovano a dover cambiare attività in modo improvviso o addirittura perdere l’impiego.

Aver chiaro in mente qual è la ragione per cui si fa o si è fatto qualcosa, al di là del mero guadagno monetario, ci sostiene nel cammino, così come la natura malleabile dell’Ikigai stesso, per il quale si possono trovare nuovi scopi da sostituire o aggiungere a quelli precedenti. Il Coaching può darci una mano, per passare dalla riflessione all’azione e trovare la nostra fonte di Ikigai!

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Envisioning: il talento di vedere “oltre la siepe” e ripensare il futuro.

Il termine envisioning viene dal verbo inglese to envision e ci porta a concepire una situazione che sia possibile realizzare in futuro. Envisioning significa, con accezione più ampia, crearsi una visione chiara e lungimirante di qualcosa che ci riguarda, esprimendola attraverso un’immagine vivida.

  • Per il Dizionario Collins online di inglese c’è il riferimento a qualcosa che possiamo prevedere, predire.
  • Per il Learner’s Oxford Dictionary questa capacità di immaginare è collegata ad una situazione verso cui rivolgiamo il nostro impegno, affinché possa accadere.

Anche le imprese e le organizzazioni possono esprimere questa capacità di envisioning, ogni volta che si torna a rivedere e aggiornare la missione, la visione, la strategia ed i valori guida.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. Giacomo Leopardi.

E’ un prendere spunto in modo un pò audace e temerario dalle parole del poeta. Tuttavia trovo queste parole emotivamente efficaci per farci riflettere sul senso del limite che poniamo al nostro sguardo e dove lo rivolgiamo. Abbiamo tutti le “nostre siepi personali” che limitano la vista dell’orizzonte, che non ci permettono una visione più elevata, più ampia.

La nostra capacità di envisioning può essere davvero un talento da esprimere che ci porta a “vedere oltre” per darci la possibilità di un futuro migliore, più vicino alle fonti della nostra auto-realizzazione. Certo un pò di “paura” ci può stare perché una visione più ampia e più nitida richiede poi di gestire la maggiore sensibilità interiore acquisita.

Per sviluppare questa capacità è fondamentale saper rivolgere lo sguardo in diverse direzioni, ognuna delle quali può portarci una maggiore profondità ed una maggiore consapevolezza. Propongo qui 5 modalità di allenamento, ognuna con un focus particolare, che possono essere svolte in un percorso di life coaching e di team coaching.

Osservare il passato

Il passato è il percorso che abbiamo fatto, è lo sguardo che rivolgiamo a questo cammino, sono le cose accadute che ricordiamo. Gli eventi sono localizzati nel tempo rispetto ad un dato momento, possono precederlo o seguirlo, subire salti improvvisi ma identificabili in relazione alla nostra linea del tempo. Troviamo il senso di quello che è successo attraverso la  nostra narrazione, che diventa il modo per viaggiare alla ricerca dei significati importanti per noi.

Solo ciò che è trascorso o mutato o scomparso ci rivela il suo volto reale”, come diceva Cesare Pavese. Con il supporto del coaching narrativo osservando il passato scopriamo quali sono gli insegnamenti che si possono apprendere,  per darci la nostra identità. Possiamo così rivedere la missione personale e pensare ad azioni da sviluppare in modo diverso dal passato (cambiamento).

Guardare l’insieme

Saper guardare alla complessità della vita è l’espressione della nostra capacità di cogliete la trama delle cose, avendo una visione allargata, espansa.

Le nuvole si ammassano, il cielo si rabbuia, le foglie si alzano verso l’alto: sappiamo che pioverà. Sappiamo che anche dopo il temporale la pioggia andrà ad immettersi nella falda freatica a chilometri di distanza e che domani il cielo sarà chiaro. Tutti questi eventi sono lontani nel tempo e nello spazio, eppure sono tutti collegati nell’ambito dello stesso sistema. Ognuno di essi ha influenza sul resto, un’influenza che normalmente è nascosta alla vista. Si può comprendere il sistema di un temporale soltanto contemplando l’intero, non una qualsiasi parte di esso. Peter Senge.

Senge è uno dei primi ad aver parlato della competenza del pensiero sistemico. Leggere la realtà utilizzando questa competenza vuol dire mettere in relazione gli eventi, le situazioni, i luoghi, i comportamenti, in una unica trama interconnessa. Non solo in ogni sistema abbiamo parti i cui elementi costituiscono contemporaneamente anche altri sotto-sistemi. Questo è guardare l’insieme ed il coaching ci può aiutare a interpretare il mondo in modo diverso.

Vedere le relazioni con gli altri

Nei contesti sociali e di lavoro costruiamo reti di relazioni, sviluppando le nostre abilità comunicative e la capacità di usare strategie di apprendimento e correzione dei nostri comportamenti. Vedere il dispiegarsi delle nostre relazioni con gli altri va “oltre” l’abilità di gestire gli aspetti relazionali quali trasmettere informazioni, comunicare in situazioni interpersonali, utilizzare strumenti di comunicazione, comunicare in gruppo, negoziare, ecc.

L’espressione “Io ti vedo” nel film Avatar, del regista James Cameron, è un concetto molto profondo della lingua dei Na’vi, gli abitanti del pianeta Pandora: ci rivela la possibilità che io “veda dentro di te, cioè io veda la tua anima”.  Questa frase è una formula di saluto rituale dei nativi d’ America che stava ad indicare il fatto che riconoscessero nell’identità dell’altro lo Spirito che guidava il loro popolo.

Empatia e assertività sono competenze fondamentali, da allenare con il coaching, per vedere l’esistenza degli altri e non considerare noi stessi come l’universo intero, cosa che istintivamente siamo portati a fare.

Scorgere il flusso in noi

Saper vedere l’invisibile consapevolezza del flusso ci fa cogliere quel particolare stato di grazia in cui si è immersi nelle attività che ci coinvolgono, arrivando a perdere la cognizione del tempo.  Il concetto di “Flow” (fluire, scorrere), legato ai nostri momenti “magici”  lo dobbiamo al ricercatore americano Mihaly Csikszentmihalyi, all’inizio degli anni ’70 presso la Claremont Graduate University.

Scorgere in noi il flusso, vederci dentro un’esperienza ottimale, vuol dire percepire la felicità, trovandola ogni volta in cui siamo completamente coinvolti nella situazione che stiamo vivendo. In quel momenti siamo rapiti e concentrati e il tempo sembra fermarsi poiché ogni istante di piacere si dilata sino a sembrarci infinito. La maggior parte delle persone ha vissuto questa situazione: la realtà esterna, il nostro agire e lo stato d’animo si uniscono nel “Flow”. Il coaching narrativo ci aiuta a ri-trovarlo e viverlo appieno.

Immaginare il futuro

Non si può costruire il futuro se non siamo ben radicati nel presente, ovvero nel cosa c’è adesso, è quello che stiamo vivendo nella nostra vita quotidiana, quello che siamo capaci di cogliere ora.

Il coaching narrativo ci porta a raccontare il futuro come il mondo delle possibilità, l’unica dimensione dove c’è il cambiamento che possiamo attuare, dove si sviluppa il percorso e la trasformazione da compiere. Trovare la strada da fare, vedere le tappe, immaginare come saremo quando avremo raggiunto i nostri traguardi, cosa sentiremo, cosa proveremo, chi avremo accanto.

La nostra visione del futuro ci deve ispirare, senza avere lo sguardo ancora condizionato dal passato. Per realizzare il nostro domani la capacità di envisioning si sviluppa nella sua massima espressione: abbiamo bisogno di nuovi occhi con cui vedere il mondo. “Oltre la siepe” c’è il nostro talento.

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Coaching narrativo e maieutica del Job

Coaching organizzativo: i verbi per descrivere il lavoro

Come collegare i compiti ed i task di una posizione di lavoro per arrivare al concetto di ruolo? Il coaching organizzativo ci può aiutare. Ogni lavoro che svolgiamo ha uno scopo, delle finalità, la sua ragion d’essere all’interno dell’organizzazione. Esplorare questa parte permette di riconoscere con immediatezza la natura e gli obiettivi primari del Job.

Il coaching organizzativo che pratico enfatizza gli obiettivi e quindi le azioni che le persone, supportate dal Coach, mettono in atto per raggiungerli. Trovo assai utile questo approccio per supportare il Coachee a chiarire, nelle linee generali, le finalità organizzative della sua posizione di lavoro e le attività principali da presidiare e svolgere.  

Si possono aiutare le persone a fare chiarezza sui “doveri” insiti nel proprio lavoro, grazie ad una moderna Job Analysis, per ricoprire una posizione organizzativa al meglio delle nostre possibilità.  Per individuare i compiti principali del Job possiamo ricorrere alle macro-categorie dei task per poi ripartirli nelle 3 tipologie fondamentali: task operativi, task gestionali e task relazionali.

La metodologia che preferisco per rappresentare i task è quella di esprimerli come azioni, utilizzando alcuni verbi chiave accompagnati da un complemento oggetto, per esempio “verificare” il “livello delle scorte” (c’è poi un come..) in magazzino.

Task Operativi

Quando come Coach esploro con il Coachee i task operativi che sono da mettere a fuoco per il proprio lavoro, il criterio guida è quello dell’efficienza. Le domande riguardano essenzialmente quali sono le operazioni da compiere e quali sono i vincoli da rispettare Rientrano in questo ambito del lavoro anche gli standard da assicurare/rispettare.

Infine c’è tutta l’area degli strumenti di lavoro che si utilizzano, in quanto collegati direttamente ai compiti esecutivi e che occorre “saper maneggiare”. Ecco alcuni verbi chiave che traggo dalla mia esperienza in ambito organizzativo (ambito delle Job Description) ed esprimono la natura dei task operativi (verbi che hanno diversi sinonimi).

  • Eseguire: caratterizza lo svolgimento delle “operazioni” del flusso di lavoro
  • Fornire: esprime la dinamica cliente interno – fornitore interno
  • Mantenere (Intervenire): indica il concetto di ripristino e mantenimento del flusso di lavoro.
  • Programmare (auto-organizzarsi): il livello minimo di auto-organizzazione se riferito al proprio tempo e alle attività da svolgere nella loro sequenza.
  • Controllare: definisce il tipo di controlli operativi che sono insiti nello svolgimento delle attività.
  • Contribuire: esprime una forma di partecipazione ad attività che sono rilevanti per i flussi di lavoro collegati.

Verbi per il JOB e Coaching organizzativo

Task Gestionali

Questa è la parte più delicata per sviluppare i temi della consapevolezza e della responsabilità e  collegarli al concetto di autonomia nel proprio lavoro. Come Coach le domande sono collegate al criterio guida dell’efficacia e sono in relazione agli obiettivi del Job. In questo ambito per me è fondamentale la messa a fuoco della propria autonomia nella gestione del lavoro in relazione agli obiettivi di ruolo, reparto, area, impresa. E’ un passaggio fondamentale per quelle che definisco le 3C: coinvolgimento, collaborazione, co-creazione.

Le domande come Coach riguardano essenzialmente la parte più discrezionale del lavoro che svolge il Coachee, per fare chiarezza sugli obiettivi da raggiungere e su quali leve/risorse possono essere utilizzate.

Di seguito propongo dei verbi chiave che esprimono le caratteristiche dei task gestionali ed il grado di autonomia del Job.

  • Decidere (valutare): caratterizziamo l’ambito della nostra influenza sugli obiettivi e sui risultati ottenuti.
  • Coordinare: la supervisione delle attività e dei contributi dei vari attori del flusso di lavoro.
  • Sviluppare (migliorare): la parte di implementazione che può essere svolta con un certo grado di autonomia.
  • Pianificare (organizzare): definire le priorità del lavoro e le tempistiche, incidendo fortemente sulla qualità del risultato.
  • Assicurare: un certo livello di prestazioni nel tempo od un contributo specialistico.
  • Proporre: esprime il contributo più legato al tema dell’innovazione.

Task relazionali

Questa è la parte che fa “scorrere il lavoro”, ovvero attraverso le relazioni si esprimono le connessioni di interfinalità del lavoro ed i rapporti che le qualificano. Nel Coaching organizzativo la rilevanza delle relazioni è fondamentale per l’integrazione degli obiettivi, ovvero permette la collaborazione e la co-creazione delle 3C (unitamente al coinvolgimento).

Le mie domande come Coach sono volte a fare chiarezza su chi riceve contributi dalla posizione di lavoro del Coachee o li fornisce ad essa e in generale sulle relazioni a 360° che interessano lo svolgimento del Job (colleghi, capi, clienti, fornitori, interlocutori). Anche in questo caso individuo alcuni verbi chiave che aiutano a focalizzare i task relazionali.

  • Comunicare: l’attività che è al tempo stesso una competenza cruciale per il lavoro: qualunque Job è inserito in un sistema di relazioni.
  • Collaborare: definisce la natura sociale e aggregativa del lavoro, dove il contributo richiesto è saper lavorare in team.
  • Partecipare: esprime il coinvolgimento formale in alcune attività/altri Job nei quali è richiesta una forma di supporto.
  • Redigere (elaborare): esprime la parte di consuntivazione/elaborazione di dati e informazioni che sono funzionali allo svolgimento del Job o alla sua valutazione.
  • Informare: individua le relazioni che devono essere tenute ai fini della circolazione delle informazioni rilevanti.
  • Raccogliere: esprime la fase  di ricerca/collegamento con altri ruoli per mettere insieme/ricercare informazioni funzionali allo svolgimento del lavoro.

Dal Job al ruolo: una visione di insieme

Anche in questo caso prediligo la “visual organization” e mi piace un Coaching organizzativo capace di “far vedere” il proprio lavoro, espresso attraverso i saperi ed i task operativi, gestionali e relazionali.  Il passaggio successivo è quello di collegare alcuni verbi di azione per declinare in modo accessibile e fruibile a tutti il concetto più tradizionale della Job Description.

Collegando le azioni che svolgiamo nel nostro lavoro alle tipologie di task, possiamo rappresentarle in un Quadrante del Job più evoluto, sintetico e al tempo stesso semantico, che ci aiuta a focalizzare i contenuti nostro lavoro. Come Coach trovo sia il primo passo da fare nell’ambito del Coaching organizzativo, ovvero portare il Coachee a sviluppare consapevolezza della complessa semplicità della sua posizione lavorativa.

Il prossimo passo sarà collegare al Job le competenze, le quali consentono di esprimere la dinamica della posizione di lavoro e danno vita vera al Job. E’ giunto il tempo delle persone al centro, con i loro ruoli.

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Business Coaching: tra evoluzione e resilienza

Il cambiamento che non è solo reattivo o subito passivamente porta ad una evoluzione consapevole dell’impresa. Allo stesso modo anche la resilienza, ovvero il saper assorbire gli urti e proseguire il cammino è fondamentale per raggiungere gli obiettivi. Il futuro si costruisce sviluppando due elementi fondamentali che confluiscono in una forma integrata di potenziale organizzativo espresso. Vediamo brevemente come.

Per il vocabolario Treccani, il termine evoluzione indica “ogni processo di trasformazione, graduale e continuo, per cui una data realtà passa da uno stato all’altro – quest’ultimo inteso generalmente come più perfezionato – attraverso cambiamenti successivi”. L’evoluzione è quindi un percorso consapevole verso il miglioramento e nelle imprese può riguardare i ruoli, i prodotti, i processi, il modello di business.

Il cambiamento può avere una origine esterna a volte impredicibile ed arrivare come un’onda impetuosa che richiede azioni per non essere travolti dalla marea.  La crisi è infatti una delle fonti principali se non la fonte primaria del cambiamento nelle aziende e questo può spaventare le persone. Spesso temiamo di non essere preparati ad affrontare le avversità e la tempesta.

Cambiare in “stato di crisi” per una organizzazione significa trovarsi nelle condizioni più difficili, quando le scelte e le decisioni vengono prese con la contemporaneità dei criteri dell’urgenza (le soluzioni non sono più rinviabili) e dell’importanza (le soluzioni sono drastiche e con alto impatto emotivo).

L’evoluzione è un percorso di miglioramento consapevole che porta una trasformazione graduale. Questo richiede un passaggio culturale non indifferente, ovvero che il processo di miglioramento debba essere “continuo” e far parte della vita delle organizzazioni, quindi non episodico e legato alle contingenze esterne.

L’evoluzione ha inoltre un approccio morbido: è ben metabolizzata dalle persone perché si fonda su un cambiamento graduale e incrementale. Non si cambia in modo traumatico come in una “pesante” riorganizzazione bensì si cambiano le prassi di lavoro nel quotidiano, minimizzando l’impatto delle discontinuità.

Il Business coaching, per come lo vivo, aiuta le imprese e le allena all’evoluzione:

  1. consente di effettuare un esame della realtà in relazione a quale futuro l’impresa desidera raggiungere, per non essere solamente reattiva di fronte al cambiamento e quindi vivere in modo sofferto le discontinuità che si manifestano;
  2. sviluppa il contesto organizzativo di modo che risulti “quasi impossibile” non arrivare ad una trasformazione, modificando o innovando il modo di lavorare insieme.

Veniamo ora al concetto di resilienza, espressa come la sua la capacità di assorbimento degli urti inaspettati. Certamente non si può pensare che ogni percorso di miglioramento, ogni fase del ciclo di vita di una impresa, non subisca traumi esterni e che il “viaggio organizzativo” sia un tragitto immune da colpi e da scossoni. Evoluzione-Resilienza-Coaching-Narrativo

Si possono avere due categorie di impatti traumatici nelle imprese:

  1. a seguito di cambiamenti dell’ambiente esterno nell’ambito della legislazione, dei fattori socio-culturali, delle condizioni economiche generali;
  2. per i cambiamenti repentini in una o più delle 5 forze competitive descritte dal modello di Porter, ovvero concorrenti diretti, fornitori, clienti, potenziali competitors entranti, produttori di beni sostitutivi.

Prendendo spunto dal concetto di resilienza in biologia, si tratta per tutte le organizzazioni di rispondere rapidamente e adeguatamente a cambiamenti imprevisti, grazie all’abilità di riprendersi con immediatezza e ritornare alla forma che si aveva in quel momento. Secondo l’American Psychological Association la resilienza indica la capacità di un soggetto o di una organizzazione di riprendersi dalle esperienze difficili: si riorganizza la vita in maniera positiva di fronte a forse impulsive che urtano il nostro essere.

Il business coaching sostiene questa capacità nelle organizzazioni e supera l’ostacolo della scarsità di risorse:

  • allenando le persone a sviluppare comportamenti resilienti attraverso strategie mirate e personalizzate.
  • sostenendo lo sviluppo di un modello di gestione delle persone che favorisca l’apprendimento e l’uso immediato delle risorse adattive e creative.

Tra evoluzione e resilienza c’è molto che riguarda il futuro dell’impresa e delle persone: lo sviluppo sostenibile nel proprio ambiente di riferimento ed il saper affrontare con successo le sfide della competizione.

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Responsabilità: liberi di interpretarla e di viverla

Quante volte ci viene chiesto di assumerci le nostre responsabilità? Quando invece è una libera scelta, ovvero frutto di un pensiero indipendente che sceglie quale corso si azioni prendere?

Il termine responsabilità deriva dal latino respònsus, participio passato del verbo respòndere, rispondere cioè, in un significato filosofico generale, impegnarsi a rispondere, a qualcuno o a sé stessi, delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano. Wikipedia.

La responsabilità ha una valenza personale

Siamo responsabili dei nostri pensieri. La nostra attività cognitiva in stato di veglia dipende da noi, siamo noi che alimentiamo il nostro flusso interno dei pensieri, dei collegamenti che sviluppiamo tra i concetti, delle analisi e delle sintesi che elaboriamo. Certamente i nostri pensieri possono essere influenzati o condizionati da stimoli esterni, ma in ultima istanza ogni individuo adulto sceglie cosa pensare e come pensarlo. La vita è quello che il nostro pensiero interpreta rispetto a quello che facciamo e che ci accade.

Siamo responsabili dei nostri sentimenti. La nostra sfera affettiva ed emotiva dipende da noi. Possiamo riconoscere quali emozioni stiamo provando e quale comportamento possiamo adottare per il nostro benessere e quello altrui. Siamo responsabili di poter cambiare il nostro stato emotivo, attuando delle azioni che hanno il fine di modificare la risposta agli stimoli che ci mandano in reazione. L’emotività, i sentimenti, di per sé non implicano una valenza pericolosa, tuttavia sono i comportamenti che mettiamo in pratica a poter avere conseguenze negative.

Siamo responsabili della cura per noi stessi.Mens sana in corpore sano” dicevano i latini. Mantenere in buono stato il nostro corpo e occuparci del nostro spirito. Nutrirci bene sia con l’alimentazione sia con il cibo che scegliamo per la nostra mente, al fine di farla crescere ed elevare. Siamo responsabili del nostro benessere psico-fisico e di tutelare la nostra salute e quella degli altri.

Siamo responsabili delle nostre azioni. Come tutte le persone libere, decidiamo quale corso di azioni adottare e poi agiamo. Possiamo anche cambiare i nostri comportamenti “in itinere” e scegliere di provarne altri. Soprattutto siamo noi a scegliere se restare dentro le nostre abitudini o cambiare: mettersi in moto, imparare nuove cose, cercare nuove vie, affrontare le sfide. Tra la zona di comfort nella cui ansa stiamo al riparo ed il mare aperto, con nuove rotte verso altre opportunità, ci siamo sempre noi!

La responsabilità ha anche una dimensione collettiva e relazionale

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Siamo responsabili di comunicare con gli altri. Questa responsabilità viene espressa con la disponibilità allo scambio e l’empatia, accogliendo l’altro sia emotivamente, sia riconoscendo la sua opinione. Occorre spostare l’attenzione dal contenuto della comunicazione, oltre il rumore di fondo, alla relazione e comprendere che il punto di vista dell’altro è altrettanto legittimo. Siamo responsabili di “uscire” dal processo comunicativo in corso e analizzarlo dal di fuori, per capire se e dove non ha funzionato.

Siamo responsabili nei diversi ruoli sociali. La nostra vita si svolge in una dimensione sociale. Ognuno di noi può essere genitore e figlio, partner in una relazione o amico. Siamo lavoratori o studenti, sportivi o tifosi di una squadra, credenti o impegnati in politica, cittadini di una nazione ecc. Apparteniamo a delle comunità, siamo immersi in una molteplicità di ambienti e abbiamo delle responsabilità per come agiamo verso gli altri. Quali benefici di tipo affettivo, sociale, cognitivo o economico, generiamo per loro?

Siamo responsabili verso l’ambiente nel quale viviamo. Abbiamo la responsabilità di tutelare, nella nostra vita quotidiana, il territorio nel quale ci troviamo, il nostro mondo circostante. La nostra sensibilità ambientale collettiva eleva la qualità della nostra vita e può generare processi virtuosi.

Siamo responsabili per il nostro contributo al mondo. Perché facciamo quello che facciamo? Cosa ci rende diversi dagli altri? Quale impronta vogliamo lasciare in ciò che facciamo? Cercare il nostro scopo fondamentale nella vita, individuare la nostra missione nel mondo è una responsabilità che ci appartiene e attribuisce senso a tutto, orientando le nostre azioni.

Concludo citando George Bernard Shaw. “La libertà significa responsabilità: ecco perché molti la temono.”

 

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